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Don Luigi Maria Epicoco

Don Luigi Maria Epicoco, è sacerdote della diocesi di L’Aquila. E’ Parroco della Parrocchia Universitaria “San Giuseppe Artigiano” dell’Università degli studi di L’Aquila, docente di Filosofia teoretica all ISSR “Fides et Ratio”. Dirige presso l’editrice Tau la collana di Bibbia, Filosofia e Teologia “FedeLmente” e l’omonima rivista.
A seguito del sisma del 6 aprile 2009, è stato nominato Vicario episcopale per i Beni culturali e la ricostruzione.
Attualmente vive nella nuova Casa dello studente a L’Aquila, dove svolge anche il suo incarico pastorale in mezzo ai giovani universitari.

Un articolo comparso su Avvenire nel Maggio 2009, all’indomani del sisma del 6 Aprile è un semplice compendio a ciò che sono, a ciò che Cristo ha fatto e continua a fare nella mia vita e alla direzione che hanno i miei giorni.

È difficile scrivere sul proprio sacerdozio e sulla propria esperienza. C’è una grande componente che è affidata al mistero, e un’altra, più visibile, che gli altri chiamano esperienza e che invece a me piace chiamare manifestazione. Una sorta di “epifania” del mistero. Si, perché nella vita di ciascuno di noi, la realtà supera sempre l’immaginazione. E ogni giorno ci tocca stare con gli occhi spalancati, pieni di stupore, attenti, affinché apprendiamo, cioè capiamo dalle cose che viviamo ciò che siamo veramente e qual è il nostro vero significato. L’ho pensato spesso in questi giorni. In queste giornate e in queste fredde notti aquilane, mentre i ricordi dei volti della mia gente e della nostra Chiesa caduta (come cadute sono la maggior parte delle altre chiese e delle case del nostro popolo) mi facevano pensare al fatto che la realtà è sempre imprevedibile, assolutamente non addomesticabile dai nostri calcoli, dai nostri desideri, dalle nostre aspettative. Eppure quella realtà che molto spesso sembra andare per conto proprio, in verità è il luogo dove Dio parla a me, e a ciascuno di noi. è così che ho imparato ad essere prete. Non è stato il seminario, gli anni di studio, di formazione, di riflessione, di scelta. È stata la realtà, che dall’alba del giorno dopo della mia ordinazione, mi ha educato ad essere prete, e prete così. Gli anni della formazione sono importanti, ma sono come una rincorsa che uno prende prima di saltare. In realtà sembra che uno si stia allontanando, ma invece più lontano parte, più in alto riesce a saltare. Rimane però il fatto che il sacerdozio, come ogni altra vocazione, non è mai un discorso chiuso. Non è mai qualcosa che puoi dire “ora ho capito tutto”. E questa, forse, è l’essenza stessa del cristianesimo: si deve essere disposti ad apprendere sempre, fino all’ultimo istante della propria vita e forse anche oltre. È questo che mi è chiaro oggi, mentre il terremoto ci ha tolto la maggior parte del mondo che conoscevamo e che abitavamo. Il vero problema non è avere o non avere più una casa o una chiesa. Il vero problema è non avere più quella realtà, quell’orizzonte che pensavamo di conoscere a memoria e che riuscivamo a decifrarlo giorno dopo giorno, istante dopo istante, certi che il senso della nostra vita fosse dentro le nostre tasche. Siamo tutti stanchi in questi giorni, ma anche tutti più consapevoli del fatto che la vita è una cosa seria, e che è preziosa. Oggi capiamo meglio il Vangelo. Tante parole non ci suonano più semplicemente belle, sono diventate in un istante anche vere, concrete: “i cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”.
Di solito la gente pensa che i preti abbiano la risposta a tutto. Spero che non sia davvero così. Anche perché di risposte ne abbiamo ben poche oggi. Sappiamo però che il nostro ruolo non è quello di dare delle risposte, ma di suscitare domande giuste nei cuori della gente. Perché la risposta non è un’invenzione di preti, né un argomento deciso da qualche maggioranza. La risposta è Gesù Cristo, e non c’è niente da inventarsi. Le domande, quelle sì che sono roba nostra. La vera educazione che un prete fa alla sua gente è quella di suscitare domande vere. Di aiutare le persone a tornare a chiedere un senso, a tornare a puntare in alto, a non accontentarsi di una vita mediocre. Un buon sacerdote è uno che suscita la nostalgia di Dio nei cuori di chi non si aspetta più nulla dalla vita, perché né è rimasto deluso, scottato, o semplicemente nessuno gli ha mai detto di alzare lo sguardo più in alto. Un prete non è uno che la sa lunga, ma uno che sa che la storia e la vita sono più profonde di ciò che appaiono in questo istante. È questo che capisco oggi del mio sacerdozio. L’ho capito quando qualche giorno fa una donna anziana in una tendopoli mi ha detto: “voi siete giovani, dovete impegnarvi molto. Ma ricordatevi che siamo di passaggio”. “Siamo di passaggio”, tutto il Vangelo è pieno di questa verità. Ciò che conta nella vita non sono i beni materiali, le cose che passano, le carriere, le case, il ben vestire, la nostra vita borghese, ma i tesori che non marciscono e che si accumulano in cielo e non sulla terra. Tesori che non sono cose, ma scelte. Tesori che sono opere, non parole. Tesori che sono carità. Eppure quante volte ho cercato di non alzare la voce durante le mie omelie domenicali, forse per non urtare quel sonno sostenuto di quelli che pensano che le “cose brutte” accadono agli altri ma non a noi. E quella gente, forse oggi è più impreparata perché nessuno ha mai parlato ad alta voce a loro. Nessuno gli ha mai spiegato dove guardare veramente. Mi consola una mamma che frequentava la nostra parrocchia universitaria. Mi ha detto che se oggi non è disperata per la morte della figlia è perché si è ricordata di una mia omelia, dove dicevo che la morte, grazie a Cristo, ha le ore contate, e che dobbiamo solo imparare ad attendere. Le ho spiegato che questo non lo dicevo io ma il Vangelo. Mi ha abbracciato e mi ha detto che voleva imparare ad aspettare. Ho capito che essere prete lì significava imparare il valore dell’attesa, quella stessa attesa che ogni anno celebriamo nell’avvento e che forse presi dalle frenesie dei regali ci dimentichiamo di capire, di imparare, di ricordare. Ricordo ora le parole di don Tonino Bello: “attendere è l’infinito del verbo amare”.
Un anziano confessore una volta mi disse che dovevo amare il mio popolo sempre, non solo negli orari d’ufficio. E che si è preti a tutte le ore, anche quando i portoni della Chiesa sono chiusi per la notte. Per questo mi suggerì di impartire la benedizione prima di andare a letto. Da quando sono prete l’ho sempre fatto, e quel gesto silenzioso, fatto la sera tardi, nel silenzio della mia stanza, mi ha fatto sempre sentire un po’ come un padre che rimbocca le coperte ai figli. In queste sere che dormo in altro luogo, fra altra gente, quel gesto mi rimane come una paternità che non cade neanche con il terremoto. La Chiesa non è quella delle pietre, ma è quella delle persone. Ed è l’amore il collante che ci tiene insieme, non i confini parrocchiali. Ma questa conversione l’ho imparata nel fragore del terremoto. Prima la predicavo, oggi la sperimento.
Molti mi chiamano “ju prete quatranu”, il prete ragazzino. Ma, come dice il mio vescovo, la giovinezza è una malattia che si cura con il tempo. È vero anche, però, che ogni giorno che passa sono sempre più felice di essere prete. E mentre gli altri fissano lo sguardo sui nostri sacrifici o sui nostri limiti, io sono sempre più grato a Dio per il dono del sacerdozio. E lo sono anche oggi mentre rincorro le mie pecore disperse un po’ ovunque, e mentre non ho più una Chiesa dove celebrare la messa. La gratitudine di cui parlo è una felicità che non dipende dai contesti, ma è vera sempre, anzi lo è di più in assenza di altri confort. Forse molti non ci credono, ma anche i preti possono essere felici. Io lo sono, e non sono il solo.
da Avvenire, 20 Maggio 2009