Ho sempre pensato che nella vita si debbano cogliere tutte le occasioni che si presentano: se arrivano fino a te non è per merito tuo, ma per merito di Dio che ha un disegno da realizzare e tu puoi essergli utile al quel fine. Il risultato per me, all’atto pratico, è stato una corsa continua che mi ha portato, in questi miei 43 anni, a vivere più o meno 15 intensissime vite. Alcune sbagliate, sbagliatissime, altre migliori, altre ancora bellissime. Tutte, però, hanno contribuito a farmi essere la persona che sono ora. E oggi mi piace pensare che Dio mi abbia permesso di cadere sapendo che sarei risalita e avrei usato tutto quel bagaglio di esperienza per sentire meglio il dolore degli altri, per sentirmi libera di abbracciarli e prenderli per mano, come se fossero tutti figli miei. Del resto, non sarà un caso se ho avuto una sola figlia, no? E non sarà un caso se quando mia figlia aveva poco più di due anni, come punizione, il mio editore mi ha proposto di dirigere il giornale a cui teneva di meno,
quello più popolare e meno curato, no? Quel giornale mi ha invece aperto alla vita.
Del resto, non sarà un caso se l’editore lo ha proposto proprio a me che fino a quel momento avevo avuto un curriculum altisonante che non c’entrava proprio niente con un femminile popolare? Fino a prima che nascesse mia figlia avevo vissuto tra Milano, Parigi, New York e Los Angeles, scritto di cinema e frequentato attori e produttori di Hollywood, scritto di viaggi e girato mezzo mondo, prodotto servizi di moda e creato stili, scoperto modelle e personaggi. Ma non solo, avevo anche imparato il lavoro di redazione in giornali patinati e molto ambiti dagli inserzionisti pubblicitari. Insomma, andavo forte, ero anche invidiata, ma dentro morivo ogni giorno di più. Ricordo l’agosto del 1999 come un momento cruciale: era il mattino di quella meravigliosa eclissi di sole di cui tutti parlavano. E io non vedevo l’ora di vederla, contavo i giorni. Ma quel mattino, schiacciata da una depressione assordante non sono riuscita ad alzarmi dal letto! Ricordo che ho lottato con me stessa per tutto il tempo per riuscire a farlo, ma niente…
Quando mi sono arresa, ho pregato Dio di farmi venire un tumore: «Almeno tutti vedranno quanto sto male e forse qualcuno verrà ad aiutarmi», gli dicevo. Capito come stavo messa? Davo consigli a Dio! Lui però è venuto in mio soccorso lo stesso. Pochi giorni dopo mi ha fatto conoscere il padre di mia figlia. Anche se non è stata una storia da
romanzo rosa la nostra, no. Anzi: io che avevo sempre pontificato che tutte le donne che si innamoravano di un uomo più giovane erano molto imprudenti, 20 giorni dopo aver conosciuto Enrico, quattro anni meno di me, ero incinta. E lì è iniziata la mia via crucis. Per tutti era normale che io abortissi! Tutti mi spiegavano come dopo, la mia vita sarebbe tornata a scorrere come prima, meglio di prima, come se non fosse successo niente. Ma io non volevo tornare come prima, io volevo diventare mamma, volevo tenere il mio bambino! Non penso di avere parole per descrivere come una donna incinta si senta in un caso del genere, con gli ormoni che ti fanno dimenticare di avere un cervello, che ti lasciano senza pelle, ultrasensibile a tutto, facilmente influenzabile, pronta a sentirti sbagliata, inadeguata, perché in fondo, te lo dicono tutti, è solo colpa tua se si stanno terremotando così tante vite, se si devono cambiare piani costruiti su misura da noi e per noi.
Non credo che da soli si possa trovare la forza per resistere. Io almeno, da sola, non ce l’avrei fatta. Senza rendermene conto, ho iniziato a pregare Maria, incessantemente, con un fervore che non riconoscevo essere mio. Non chiedevo niente, pregavo e basta, mi affidavo totalmente a lei. Più pregavo più mi sentivo fuori posto al lavoro dove le donne potevano solo essere in tacchi a spillo e sempre vestite alla moda, con sorriso d’ordinanza stampato in faccia pronto a mascherare la benché minima emozione. Ricordo il set fotografico di un servizio di moda in cui io, travolta dalla nausea, anziché lavorare pregavo Maria di portarmi via da lì. Quella stessa notte mi sono svegliata in un lago di sangue: distacco della placenta, obbligo di stare a letto, immobile fino al parto. Mancavano sette mesi, mi prese quasi un infarto. Maria mi aveva portato via dal finto magico mondo in cui vivevo e a cui troppi, ancora oggi, ambiscono. Mi ritrovavo, impaurita, sola, a letto. Avevo vissuto a 200 all’ora per anni e ora dovevo stare immobile. Ho iniziato a piangere, non riuscivo più a smettere. Dopo qualche giorno, senza più lacrime, sempre più sola, ho ricominciato a pregare, incessantemente davvero, perché se Maria era anche mia madre, mi dicevo, sicuramente non avrebbe scelto per me qualcosa che non avrei avuto la forza di sopportare. Senza di lei non ce l’avrei fatta, ne sono sicura. Anche perché non mi è stato risparmiato nulla: dal diabete alla gestosi, dall’essere sola al non aver più amici (tutti senza figli e comunque troppo impegnati a lavorare), dal ritrovarmi senza casa perché i vicini mi hanno fatto sprofondare il pavimento complici i loro lavori di ristrutturazione e un architetto scellerato, dal dipendere in tutto e per tutto da qualcuno, proprio io che ero abituata a cavarmela sempre da sola, dall’ingrassare a dismisura proprio io che ci tenevo così tanto alla mia forma. Il mio cruccio più grande però era Enrico, che se ne stava rintanato a Roma a leccarsi le ferite, mentre io ero a Milano; Enrico che mi accusava di avergli rovinato la vita; Enrico che un giorno sì e uno sì mi diceva che non voleva più saperne di me; Enrico ed io che ogni giorno passavamo ore al telefono a litigare e che poi dovevo salutare quando iniziavo a star male perché la mia bambina tutto quel dolore non lo reggeva proprio; Enrico che quando ha deciso di venire a Milano, per via del parto imminente e di uno sbandierato senso di paternità, dormiva tutto il giorno e stava sveglio tutta la notte perché meno mi vedeva e meglio era. Ma più di Enrico, contava la mia bambina (da subito sono stata certa che fosse femmina) che dovevo salvare, me lo diceva Maria in preghiera facendomi trovare ogni giorno la forza di andare avanti: solo quando pregavo, infatti, il dolore si placava.
Mi ha aiutato anche Giovanni Paolo II, che fin dall’inizio del suo Pontificato ho sempre molto amato, perché mi entusiasmavo quando esortava i fedeli a camminare con gli occhi e il cuore di Maria per costruire con lei e in lei una civiltà dell’Amore. Così, convinta che certe cose si capiscano solo amando, ho promesso a Maria che avrei amato Enrico per quello che era, avendo ben presente che cosa non andasse in lui ma non per castigarlo, come una parte di me avrebbe fortissimamente voluto, per amarlo, invece, ancora di più. Mi ci sono voluti anni per riuscirci davvero, però il mio impegno è stato sempre totale nel cercare di mantenere la mia promessa. Alla fine nostra figlia Beatrice, anche se il termine del parto era previsto per l’8 giugno, è nata, guarda caso, il 24 giugno del 2000, oltre ogni limite consentito dalla medicina (per mancanza di personale, siccome non mi lamentavo, si erano dimenticati di me in sala parto), dopo 56 ore di travaglio, un doppio giro di cordone al collo e tutto quello che di storto si è potuta permettere. Quel giorno era il diciannovesimo anniversario della prima apparizione di Maria a Medjugorie. Un caso? Ma subito dopo sono continuati gli allarmi: Enrico è ripartito per Roma con i suoi genitori, qualcuno ha scambiato le analisi del sangue di Bea e per 20 giorni mi hanno fatto credere che avesse una malattia genetica che l’avrebbe portata a morire appena l’avessi svezzata, mi sono venute depressione post partum, ragadi profondissime, endometrite… Insomma, una bella penitenza per la mia scelta irresponsabile di settembre, quella di vivere una storia di passione.
Affrontavo tutto senza recriminare, però: Maria e la preghiera mi sostenevano. Sono stata a casa dal lavoro con la mia bambina fino a che i soldi non sono finiti e quando ero proprio agli sgoccioli, mi hanno chiamato a fare il vice direttore di un famoso giornale femminile. Non dimenticherò mai il giorno in cui ho ricominciato: in ascensore stavo provando un dolore così sordo e forte che se mi fosse stato permesso scegliere avrei preferito mi fosse amputato un arto senza anestesia. Bea aveva un anno e mezzo, non era mai stata un secondo senza di me. Nel frattempo Enrico era venuto ad abitare con noi e Bea aveva conquistato tutti i parenti, anche quelli che ci odiavano e che erano molto felici che io riprendessi a lavorare togliendomi così di mezzo. Quel giorno, prima di salire in macchina, ricordo di essermi fermata a pregare Maria: le ho chiesto di aiutarmi a far sì che tutto il dolore di quegli anni fosse convogliato verso qualcosa di utile, verso la mia missione. Non ho ricevuto risposta.
Meglio, non sono stata in grado di sentirla. In quel periodo, tra l’altro, ho iniziato a temere di perdere mia figlia, che mi fosse portata via. Vivevo con quella paura atroce che si placava solo quando pregavo. Il problema era che ero ancora sciocca: appena stavo meglio smettevo di farlo, perché i tempi della mia vita prevedevano solo le urgenze, e così tutto ricominciava, liti furibonde con Enrico comprese.
A un certo punto mi sembrava di poter impazzire da un momento all’altro: orari folli al lavoro, la bambina che giorno e notte non dormiva mai più di 15 minuti di seguito, io ed Enrico che faticavamo veramente a diventare una coppia… Dopo otto mesi così ho pensato di smettere di fare la giornalista. Anzi, avrei rassegnato le dimissioni, lo avevo già deciso ma l’editore mi ha anticipato di qualche giorno proponendomi di prendere la direzione di Confidenze.
Non ci potevo credere. All’inizio ho pensato fosse uno scherzo: «Ma ioun giornale così non so farlo», mi ripetevo. Anzi, non sapevo neanche da parte iniziare. Pregando mi è arrivata la soluzione: usare l’umiltà. E così mi sono fatta aiutare. Da chi? Dalle lettrici di Confidenze, ovviamente. Ho infatti chiesto loro di telefonarmi per parlarmi delle loro esistenze, per farmi capire chi erano e cosa volevano. Per la prima volta nella mia vita ho scoperto donne vere, con la testa sulle spalle, che soffrivano molto e gioivano poco, che si facevano in quattro per ricoprire tutti i ruoli che sono richiesti a noi donne, ma che lo facevano col cuore, con la voglia di migliorarsi sempre e dare il massimo alla propria famiglia. Lì ho capito che era venuto il momento per me di scoprire la mia missione, quello che dovevo fare per ringraziare di aver avuto Bea, di averla avuta così saggia e con un cuore così grande. Lì ho sentito che il mio compito era quello di occuparmi delle donne, di tutte le donne (che sono poi la stragrande maggioranza) di cui nessun giornale o televisione si occupa. Mica facile pensare di farle stare meglio, di provare ad avvicinarle alla gioia del cuore, di arricchirle dentro e di provare che non solo i valori ci sono ancora, ma ci fanno vivere meglio. Ero matta? A volte, l’ho temuto, ma dentro di me sentivo che questo era quello che Maria mi chiedeva di fare e che lei non mi avrebbe lasciata sola. Eh sì, perché arrivata a Confidenze ho anche finalmente capito che quello che mi interessava era proprio aiutare le donne a curare i dolori sordi, quelli che non si vedono da fuori, ma che io avevo provato, che sapevo benissimo quanto facessero male e quanto fossero sottovalutati. Così, con totale abnegazione, per sette anni, a testa china, massacrandomi di lavoro e facendo i salti mortali per riuscire a fare la mamma come pensavo fosse giusto facessi, mi sono dedicata, oltre che a Beatrice, anche al mio nuovo bambino, Confidenze.
Prima battaglia, dunque, è stata portare la vita vera lì dentro, le donne l’hanno sentito: mi hanno dato fiducia e non hanno mai smesso di scrivermi per raccontare e condividere tra di noi gioie e dolori. Il mio compito, direttora di un’orchestra così speciale, era semplicemente ricordare che una via d’uscita c’è sempre; che è meglio accogliere che cercare di nascondere; che la solidarietà verso le altre è il più importante e bel regalo che possiamo farci; che più che le parole contano i fatti, che è nostro compito è parlare al cuore delle donne, alla profondità della loro coscienza e, ultimo ma non meno importante, quello che ripetevo a tutti ogni giorno, la Verità
rende liberi. Nel giro di poco tempo siamo diventati un vero e proprio giornale clandestino: un femminile che aveva tra le 700 e 800mila lettrici a settimana (meno in inverno, più in estate) che ufficialmente era una sorta di Harmony per donnette ma che in realtà era uno strumento fortissimo per svegliare le coscienze. Il trucco era semplice: siccome i capi non leggevano gli articoli, ma le lettrici sì, bastava fare sommari e titoli tranquilli, seduti perfino, tanto poi nel pezzo potevamo permetterci di scrivere quello che volevamo. Siamo andate avanti a lungo così, tra il disinteresse dei capi e dei colleghi che ci guardavano dall’alto in basso, tanto che nessun potente sembrava accorgersi di noi. Ci divertivamo un mondo a fare le clandestine anche se era dura, a volte durissima: senza soldi, pochissimi giornalisti e nessun altro aiuto dall’editore se non la pretesa di un grande guadagno (cosa che regolarmente avveniva).
E non vi dico che ridere quando vedevamo l’incredulità nei suoi occhi ogni volta che riuscivamo a sopravvivere a qualche prova! Nessuno di loro, infatti, aveva calcolato la Provvidenza: per mancanza di tempo non ho mai fatto la lista dei regali venuti dal cielo, ma sono stati veramente tanti. Primi fra tutti, coloro che dal nulla spuntavano nella mia mail e si offrivano di lavorare gratis! Ed erano fior di professionisti. Poi i giovani, che arrivavano a me grazie ai
suggerimenti delle loro madri lettrici, e, ogni volta, aiutare qualcuno a crescere professionalmente, passare il testimone delle mia esperienza, mentre mi lasciavo stupire dal loro entusiasmo, era per me davvero vivificante. Ma la Provvidenza ci faceva arrivare anche da mangiare dalle lettrici (chi aveva il tempo di fare la spesa?) o ci faceva proporre interviste pazzesche quando magari avevamo un buco in pagina e stavamo andando in stampa. Ma c’erano anche le agenzie fotografiche che vendevano foto solo a noi a un euro l’una quando il minimo sindacale che era di 111 euro ma anche manager amici che ci aiutavano sottobanco senza farne parola con nessuno. Senza contare le mille parate a sgambetti pazzeschi, ad attentati terribili che, se fossero andati a buon fine, mi avrebbero rovinato. A molti, anche in redazione, sembrava impossibile, ma ogni cosa di cui avevamo bisogno, arrivava. Certo, niente che ci arricchisse, solo il minimo indispensabile, ma tant’è… E ogni volta, commosse, ringraziavamo. A chi mi chiedeva come mai, rispondevo che non ci interessava il potere ma crescere insieme, che volevamo avere i piedi piantati a terra ma anche riuscire a far sentire a tutte che in noi donne c’è quello che io chiamo il filo rosa, un filo sottile che corre lungo la spina dorsale e ci tira verso l’alto in modo da rendere più facile il rapporto con Lui.
Insomma, se guardo indietro, sono convinta che senza l’aiuto di Maria e di Gesù non ce l’avremmo mai fatta. Non ce l’avremmo mai fatta ad avere i migliori esperti in Italia (che non erano per forza i più noti), ma non ce l’avremmo mai fatta neanche a parlare di psicologia, politica internazionale, economia, scienze, ecologia, spiritualità, di imbrogli legati al potere riuscendo a rendere comprensibili le notizie a tutti; non ce l’avremmo mai fatta a togliere gli imperativi dalle nostre frasi perché non ne potevamo più di riviste femminili che hanno come compito quello di far sentire le donne sbagliate, inadeguate, incapaci di essere all’altezza di ogni compito, e di proporre loro come unica via d’uscita il consumismo e il mercificare il loro corpo, ottenendo come risultato finale il farle stare talmente male dal renderle facilmente manipolabili. Non saremmo neanche riuscite a trasformare un giornale in un’amica confortevole, sorridente, pronta a venire in soccorso quando se ne ha bisogno, un’amica che non giudica ma ascolta, che crede nel dialogo anziché nello scontro, che insegna ad affrontare i problemi senza raccontare bugie, arrischiandosi, a volte, per amore, ad usare la franchezza ben sapendo che diventerà per un po’ impopolare ai tuoi occhi.
Non saremmo riuscite a far passare il messaggio che il nostro futuro è credere nel sentire e sapere poi filtrarlo con la ragione, che è nel ritrovare la Luce dentro di noi, che è ricevere e trasmettere emozioni ed Amore ai nostri compagni di cammino. L’ultima battaglia che abbiamo fatto è stata una staffetta contro la violenza sulle donne (ancora oggi 1 su 3, dati Onu, muore per mano del marito) alleandoci all’Udi. Una staffetta di donne per le donne che ha fatto il giro d’Italia partendo il 25 novembre 2008 da Niscemi (dove era stata ammazzata Lorena, 13 anni appena, dai suoi compagni che la credevano incinta) e arrivando a Brescia il 25 novembre 2009 dove era morta Hina per mano del padre, pakistano musulmano, che non accettava che lei si fosse fidanzata con un ragazzo italiano.
Ebbene, essendo una staffetta creata dalle donne, non legata a nessun partito politico e a nessun potente, è stata una valanga che ha attraversato l’Italia, città per città, paese per paese, nel silenzio assordate di tutti i media. Solo Confidenze c’è stato. Ma solo fino al 6 aprile, fino cioè a quando sono rimasta direttora. Poi il giornale è stato cambiato, gli è stata tolta la sua anima. La staffetta Udi per fortuna è continuata. Ora, credo, il mio compito sia proprio lì, a fianco delle donne che, non solo nel terzo mondo ma anche nella nostra civilissima Italia, vengono picchiate, abusate, ridotte a fantasmi da uomini piccoli piccoli, mediocri e meschini, incapaci di godere della potenza femminile, troppo lontani da Dio. Io adesso sono lì perché so, da troppe testimonianze ascoltate, che nessuna donna, da sola, riesce ad uscire da quel tunnel fatto di paura, vergogna, senso di colpa, inadeguatezza… Per farcela può contare su tre cose: sull’aiuto di Dio, sulle altre donne e sui suoi figli. Questa storia la sto raccontando in un libro, il mio primo romanzo.







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