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	<title>...E Gioia Sia! &#187; Cristina Magnaschi</title>
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	<description>Condivisioni su temi di Attualità e sul Vangelo alla luce del carisma di Chiara Amirante e di Nuovi Orizzonti</description>
	<lastBuildDate>Mon, 06 Sep 2010 05:49:56 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Respira!</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 15:50:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cristina Magnaschi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri e Riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Uno dei modi migliori per liberare i nostri sentimenti è respirare in loro. Riuscire a respirare profondamente ci assiste in vari modi. Dal punto di vista fisico, pulisce il nostro corpo dall’aria vecchia e la sostituisce con aria nuova piena di ossigeno. Recenti studi americani, per esempio, dimostrano che negli anziani che praticano la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.egioiasia.com/wp-content/uploads/2010/06/MOTHER_TERESA_-ORISSA-1-e1276876053467.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2224" style="margin: 10px;" title="MOTHER_TERESA_-ORISSA-1" src="http://www.egioiasia.com/wp-content/uploads/2010/06/MOTHER_TERESA_-ORISSA-1-229x300.jpg" alt="" width="229" height="300" /></a>Uno dei modi migliori per liberare i nostri sentimenti è respirare in loro. Riuscire a respirare profondamente ci assiste in vari modi. Dal punto di vista fisico, pulisce il nostro corpo dall’aria vecchia e la sostituisce con aria nuova piena di ossigeno. Recenti studi americani, per esempio, dimostrano che negli anziani che praticano la respirazione profonda anche solo per pochi minuti ogni giorno, la memoria migliora sensibilmente.</p>
<p>Psicologicamente, il respiro lento, cosciente e profondo ci permette di spostarci sotto sentimenti superficiali per arrivare alla consapevolezza delle anche più radicate emozioni che possono farci respirare sconforto o farci sentire a disagio con noi stessi.</p>
<p>Spiritualmente, respirare profondamente ci connette meglio col divino e ci àncora fermamente nel nostro centro, portandoci un nuovo senso di calma.<br />
<span id="more-2223"></span><br />
Del resto, specialmente quando siamo tesi o in crisi, per lunghi momenti, dimentichiamo di respirare o il nostro respiro sembra come costantemente mozzato. Questo ci mette nella situazione di tentare di muoverci e fare essendo però privati dell’ossigeno vitale. È molto difficile da farsi, costa molta più energia di quanto in realtà ne serva: mai notato che sotto stress ci costa molta più fatica fare le stesse cose di quando siamo rilassati?<br />
Io per ricordarmi di farlo, le prime volte, mi mettevo post it dappertutto con la scritta: «Respira». Uno più grande, era dietro al tavolo riunioni, lì mi serviva proprio essere ben cosciente…</p>
<p>Volete provare a vedere che effetto fa? Sedetevi in una posizione comoda, ma non troppo rilassata, verificate che la vostra spina dorsale sia dritta. Adagio adagio iniziate a permettere al vostro respiro di diventare sempre più profondo respirando dal naso e lasciando uscire l’aria dalla bocca solo dopo che il respiro è riuscito a raggiungere la pancia (se ci arriva, viene un po’ spinta in fuori). Andate avanti per qualche minuto da quando inspirazione e espirazione si succedono in modo fluido, senza scatti. Se siete da soli, potete anche chiudere gli occhi e visualizzare aria bianca che entra e aria nera che esce. Si impara facilmente, si può fare dappertutto, ogni volta che serve, quando siamo inquieti, per esempio, o quando gli impegni ci travolgono e ci tolgono il respiro, appunto.</p>
<p>Anche don Tonino Bello, in Alla finestra la speranza, diceva: “Proteggiamoci dalla tragica overdose di impegni. Concediamo al nostro spirito inquieto i pascoli della preghiera, della contemplazione, dell’abbandono in Dio. Non è solo un problema di igiene spirituale. È, soprattutto, ricerca di un’autenticità che abbiamo smarrito. Torniamo alle sorgenti. O, se volete, torniamo al deserto. È la stessa cosa”. Da qualche tempo, ogni mattina recito Una parola di troppo, una preghiera e una consuetudine copiata da don Tonino appunto. Superando i miei timori iniziali (che non volevo ammettere neanche a me stessa) ho superato anche il calo di memoria cronica che mi invadeva ogni volta che pensavo alla difficoltà della messa in pratica di queste parole: appena decidevo di recitarla, infatti, inconsciamente scattavo subito a fare altro.</p>
<p>Quando l’ho capito, ho iniziato a respirare profondamente ogni volta che iniziavo a pensare di recitarla e una di quelle volte mi è capitato in mano il libro di Madre Teresa: Gesù è il mio tutto in tutto. È un percorso di preghiera con la santa di Calcutta che mi ha aiutato a superare le mie paure. Dopo, recitare Una parola di troppo è diventato un regalo dolce che mi faccio ogni mattina. Eccolo anche per voi</p>
<blockquote>
<p style="text-align: center;">Una parola di troppo</p>
<p style="text-align: center;">Padre mio, io mi abbandono a te,<br />
fa’ di me ciò che ti piace.<br />
Qualsiasi cosa tu faccia di me<br />
Io ti ringrazio.<br />
Sono pronto a tutto, accetto tutto<br />
Purché la tua volontà sia fatta<br />
In me e in tutte le sue creature.<br />
Non desidero altro, mio Dio.<br />
Rimetto la mia anima nelle tue mani,<br />
te la dono, mio Dio<br />
con tutto l’amore del mio cuore,<br />
perché ti amo,<br />
ed è per me una necessità d’amore<br />
il donarmi e rimettermi nelle tue mani<br />
senza misura e con infinita fiducia,<br />
perché tu mi sei Padre</p>
<p style="text-align: center;">Charles de Foucauld</p>
</blockquote>
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		<title>Il giorno sorge solo per chi è sveglio</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jun 2010 13:25:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cristina Magnaschi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri e Riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>C’è una frase del filosofo e scrittore americano Henri David Thoreau (quello che ha scritto Disobbedienza civile, per intenderci) che mi piace molto: «Il giorno sorge solo per chi è sveglio».</p> <p>Mi piace perché mi ricorda la consapevolezza, l’importanza di diventare pienamente coscienti per poi poter vivere davvero. Per questo è così importante essere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.egioiasia.com/wp-content/uploads/2010/06/Omaggio-a-De-Chirico-olio-su-tavola-cm-72-X-68.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2210" style="margin: 10px;" title="Omaggio a De Chirico olio su tavola cm 72 X 68" src="http://www.egioiasia.com/wp-content/uploads/2010/06/Omaggio-a-De-Chirico-olio-su-tavola-cm-72-X-68-e1276262630517.jpg" alt="" width="274" height="252" /></a>C’è una frase del filosofo e scrittore americano Henri David Thoreau (quello che ha scritto Disobbedienza civile, per intenderci) che mi piace molto: «Il giorno sorge solo per chi è sveglio».</p>
<p>Mi piace perché mi ricorda la consapevolezza, l’importanza di diventare pienamente coscienti per poi poter vivere davvero. Per questo è così importante essere consapevoli dei propri schemi interiori, guardarsi obiettivamente. La consapevolezza, per me, è come una lampadina che si accende e illumina le zone oscure del nostro inconscio. Ed è il primo inevitabile passo da fare per accompagnare ogni nostro cambiamento. <span id="more-2209"></span></p>
<p>Quando tanti anni fa ho iniziato a coltivare la consapevolezza, sono rimasta stupita dei risultati che si possono ottenere, di come si scoprano parti di noi, comportamenti, magari evidenti per molti, ma che noi ci ostiniamo a non vedere.</p>
<p>Alla prima scoperta nuova di me, lo ricordo ancora con chiarezza, ho preso coscienza che l’esercizio della consapevolezza sarebbe stato un processo che mi avrebbe accompagnato per sempre. Perché ogni istante della vita ci offre l’opportunità di rimanere presenti o di scivolare in un comportamento inconscio.</p>
<p>In altre parole, si può attraversare la vita con il pilota automatico o possiamo fare attenzione e agire in modo consapevole. Fare attenzione alle nostre catene, a non imputare agli altri i nostri limiti, a seguire chi non lo merita o se ne approfitta, a non vedere le conseguenze delle nostre azioni, a non chiedere mai scusa&#8230; «La chiave per imparare la consapevolezza sta nel trovare le radici nei propri comportamenti in modo da riuscire a identificare le convinzioni che portano a ripetere gli stessi schemi», mi diceva il mio strizza, «Una volta identificati schemi e convinzioni»,  continuava, «si può procedere alla loro rimozione attraverso la volontà».</p>
<p>E questo è quello che ho imparato grazie alla psicanalisi. Ma non bastava. Più tardi, ho compreso una lezione ben più grande: è affidandosi davvero, cercando aiuto in Lui, che si arriva alla piena consapevolezza. Ricordo che solo in quel momento mi è tornata in mente mia nonna che da piccola, quando andavo a trovarla, mi portava a Messa con lei tutti i giorni e, quando iniziavo a scalpitare, mi ripeteva sempre nell’orecchio: «La mamma di Gesù medita nel suo cuore tutti gli eventi che le sono successi con suo figlio per capire meglio quello che ha vissuto con lui. Se tu provi a imitarla adesso, anziché annoiarti, se provi a tenere nel tuo cuore tutto quello che vivi ogni giorno capisci cosa il Signore vuole da te».</p>
<p>Ricordo che le dicevo di sì con la testa, che abbassavo il capo non osando ribattere niente né chiedere spiegazioni perché per me le sue parole erano arabo. Eppure, tanti anni dopo, non solo mi ricordavo ancora quello che diceva, ma potevo godere dei frutti di quelle sue parole. E ora, ogni volta che sento dentro di me un senso di insoddisfazione nella vita, so che si sta presentando l’opportunità di apprendere una nuova lezione di consapevolezza. Ci sono infinite vie di risveglio. Io di solito medito su parole che amo moltissimo di Madre Teresa di Calcutta: «Conosci davvero il Gesù vivo, non dai libri ma dallo stare con Lui nel tuo cuore? Non cercare Gesù in terre lontane: non è lì. È vicino a te; è con te. Gesù non cambia mai… Fidati amorevolmente di Lui, fidati di Lui con un grande sorriso, credendo sempre che Lui è la Luce in questo mondo di oscurità. Non avere paura di amare Gesù con tutte le forze: il suo amore è dolce e incommensurabile solo se Lo ami e hai fiducia in Lui».</p>
<p>Queste parole mi ricordano, tra l’altro, che fare attenzione ai propri sentimenti è il modo più semplice per entrare in contatto con le insidie interiori. Per me, oggi, i sentimenti sono le luci sul cruscotto della vita: quando se ne accende una, si può essere certi che è un segnale di qualche problema interno di cui bisogna tener conto. E il solo rendersi conto del nostro comportamento può condurci alla consapevolezza. Ci lamentiamo per esempio sempre di qualcosa? Chessò, di non aver amici veri? Se proviamo ad osservare le nostre azioni come uno spettatore obiettivo, consentiamo a noi stessi di vedere gli schemi che stiamo ripetendo. Vedendoci in varie situazioni e identificando azioni e reazioni simili, si porta alla luce il filo rosso che le lega alla lezione che dobbiamo imparare. Strumenti come la preghiera, la lettura del Vangelo, l’esame di coscienza, la terapia psicologica mi hanno aiutato ad acquisire consapevolezza. Per una mia amica, però, funziona il semplice appendere bigliettini allo specchio del bagno con le frasi da vivere nell’anno, nel mese, nella settimana e nel giorno. Per me un altro aiuto a rimanere vigile è circondarmi di persone che seguono il loro sentiero e vivono in modo consapevole.</p>
<p>E visto che le lezioni si ripetono finché non si sono apprese, che non possiamo apprenderle fino a quando non ne diventiamo consapevoli, è ovvio che abbiamo bisogno di coltivare la consapevolezza se vogliamo progredire nel nostro cammino. Stamattina, a un’amica in lacrime, perché sua madre le ha dato un’ennesima prova della sua durezza di cuore, mentre lei continuava a ripetere che se lo aspettava, ho proposto di domandarsi, con la stessa comprensione e astensione da giudizio che offrirebbe se ascoltasse una persona che ama o che vuole aiutare, quali schemi stesse ripetendo. È tornata dopo un’ora di preghiera con la risposta: «Da piccola mia madre mi accusava di essere stata lasciata dal suo compagno per colpa mia, perché lo odiavo. Ora so che non è vero, ma quando lei mi punisce con la sua cattiveria, torno a essere quella bambina che si è sentita una sfascia famiglie e per questo si è fatta del male. Non devo perdonare lei, dunque, quello l’ho già fatto. Devo perdonare quella bambina disperata che non è mai stata ascoltata».</p>
<p>Susanna, a quel punto, credeva di aver scoperto una nuova chiave di lettura del suo disagio. E non voleva credere al fatto che in realtà questa cosa l’avesse raccontata diverse volte a noi amiche. Insomma, capita di restare sorpresi nel vedere come le risposte e i nostri schemi interiori, nonostante fossero evidenti, fossero per noi impossibili da scorgere, ma una volta fatto questo passo, la strada della consapevolezza di fa più ampia e si vive meglio.</p>
<p>p.s. Il 15 giugno prossimo inizia la novena di ringraziamento per i 29 anni delle apparizioni della Regina della Pace.</p>
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		<title>la croce della non-comprensione</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jun 2010 09:40:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cristina Magnaschi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri e Riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Meditando sulla prima lettura di oggi (2Tm 3, 10-16) in cui Paolo senza tanti giri di parole dice a Timoteo che chi decide di servire il Signore deve prepararsi alla persecuzione e all’incomprensione, mi rendo sempre più conto che la spiritualità è l’unica possibilità per l’uomo di salvarsi, di cambiare rotta rispetto alla rovinosa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.egioiasia.com/wp-content/uploads/2010/06/milano-duomo-domenica-10-01-2010-e1275644331321.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2041" style="margin: 10px;" title="milano duomo domenica 10 01 2010" src="http://www.egioiasia.com/wp-content/uploads/2010/06/milano-duomo-domenica-10-01-2010-e1275644331321.jpg" alt="" width="300" height="279" /></a>Meditando sulla prima lettura di oggi (2Tm 3, 10-16) in cui Paolo senza tanti giri di parole dice a Timoteo che chi decide di servire il Signore deve prepararsi alla persecuzione e all’incomprensione, mi rendo sempre più conto che la spiritualità è l’unica possibilità per l’uomo di salvarsi, di cambiare rotta rispetto alla rovinosa caduta che sperimentiamo attorno a noi.</p>
<p>Quello che oggi troppo spesso spinge l’uomo è una linea di evoluzione deviante, ma forse necessaria per farci scontrare con il Male e prenderne coscienza scegliendo il Bene. Sappiamo che nei fatti di violenza purtroppo così frequenti, che nel caos dell’economia e della politica, che nello smarrimento della cultura della nostra società e in ciò che porta alla disperazione agiscono le forze del Male. <span id="more-2040"></span></p>
<p>Per questo, oggi più che mai, serve che le persone decidano di essere libere, di non sottostare a queste forze negative così abili a fare il loro mestiere. Servono persone che scelgano di far prevalere il bene, il bene dei bambini (che donano luce, gioia e sono il nostro futuro), della natura, della terra che ci ospita, del prossimo e dell’umanità in genere, ma anche di noi stessi. Perché se è vero che a volte quando si vive lontano da Dio le cose sembrano apparentemente andare bene (anche se poi «i malvagi e gli impostori andranno sempre di male in peggio») e mentre appena ci si avvicina a Lui sembra scatenarsi tutto l’inferno, è altrettanto vero che in questi casi, quello che ci deve dare forza è sapere che siamo proprio sulla strada giusta perché Cristo non ha bisogno di persone che cerchino in continuazione conferma della sua presenza ma di persone che accettino di aiutarlo a portare la croce dell’incomprensione.</p>
<p>E per continuare a essere sulla strada giusta credo che ciascuno di noi debba partire da un lavoro quotidiano di presa di coscienza, di auto educazione. Per farlo non serve applicarsi solo con la ragione perché i frutti più preziosi arrivano vivendo ciò che si vuole conoscere nelle esperienze della vita di tutti i giorni, a contatto con se stessi, con gli altri, osservando la natura, curando il sentimento perché quando i pensieri passano dal cuore, allora cogliamo il vero senso delle cose e anche il nostro agire diventa fecondo perché andiamo incontro allo spirituale.</p>
<p>Per riuscire a farlo, però, c’è un passaggio fondamentale, quello di prendere gentilmente la strada delle notti buie dell’anima: abbiamo bisogno di entrare nei nostri sentimenti, tutti quanti, e non scappare da loro. Solo avendo il coraggio di attraversare i nostri sentimenti possiamo avere il controllo su di loro e rinascere nella Luce. Credo che su questa strada sia importante per noi prenderci cura di noi stessi quando stiamo soffrendo. Dobbiamo imparare ad esserci per noi stessi, coltivando una nostra intimità interiore, un’intimità che sappia accettarci per quello che siamo e che abbia la forza di spingerci ad affidarci a Lui e basta. Aprire le nostre porte interiori al dolore significa permetterci di sentirlo, esaminarlo e poi di lasciarlo andare o almeno avere l’intenzione di farlo. Se possiamo incontrare il nostro dolore mentre siamo al sicuro, centrati nel Sacro Cuore, saremo meno spaventati e anzi più confortati all’idea di confrontarci con la nostra sofferenza.</p>
<p>Insomma, è una piccola grande rivoluzione quella che può compiersi dentro di noi e che poi può avere effetti benefici su chi ci circonda, sulla società e sul mondo.</p>
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		<title>Quel macigno chiamato Invidia</title>
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		<pubDate>Fri, 28 May 2010 08:02:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cristina Magnaschi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri e Riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>È uno dei sentimenti più antichi, più celebrati, più diffusi e allo stesso tempo più negati, si riconosce negli altri ma con difficoltà si ammette la propria. Che cos’è? L’invidia, di cui, tante tra voi, mi chiedono di parlare. L’ultima mail che ho ricevuto in confessionale da, chiamiamola così, Antonia, suonava più o meno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.egioiasia.com/wp-content/uploads/2010/05/delusione.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1985" style="margin: 10px;" title="delusione" src="http://www.egioiasia.com/wp-content/uploads/2010/05/delusione.jpg" alt="" width="175" height="231" /></a>È uno dei sentimenti più antichi, più celebrati, più diffusi e allo stesso tempo più negati, si riconosce negli altri ma con difficoltà si ammette la propria. Che cos’è? L’invidia, di cui, tante tra voi, mi chiedono di parlare. L’ultima mail che ho ricevuto in confessionale da, chiamiamola così, Antonia, suonava più o meno in questo modo: «Come si guarisce dall&#8217;invidia e dal male che fa alla persona che la prova? Io sono molto invidiosa, per esempio, quando un&#8217;amica mi dice che si sta sposando forse perché sono arrivata a 40 anni e, pur essendo carina, non trovo nessuno. Mi dispiace essere invidiosa e non vorrei esserlo, ma non riesco a superare questo sentimento. Ho pregato Gesù di non farmi provare invidia nei confronti degli altri, ma niente… Forse non prego abbastanza o con abbastanza passione?».<span id="more-1984"></span></p>
<p>L&#8217;invidia è un meccanismo di difesa che mettiamo in atto quando ci sentiamo sminuiti dal confronto con un’altra persona, quando chi la prova vive un senso divorante di frustrazione. Ed è proprio da questo, credo, che si debba partire per capire, per trovare una soluzione. L’esempio più significante, che riflette l’insieme o il susseguirsi di stati d’animo che portano a quel misto di irritazione e odio che è l’invidia, lo troviamo nella Bibbia: Lucifero, l’angelo più bello, voleva diventare come Dio. In Genesi 37 invece troviamo Giuseppe, prediletto di suo padre Giacobbe perché «figlio della sua vecchiaia»: questo suo favoritismo genera amarezze e invidia nei suoi fratelli che architettano un piano per ucciderlo.</p>
<p>Del resto, per la psicologia, l’invidia è come se fosse un fattore ereditario all’interno della famiglia. In termini psicologici potremmo dunque dire che l&#8217;invidia è un tentativo un po&#8217; maldestro di recuperare la fiducia e la stima in sé stessi, impedendo la caduta del proprio valore attraverso la svalutazione dell&#8217;altro. Insomma, genitori invidiosi e frustrati generano figli invidiosi, proprio perché, non avendo autostima, non hanno saputo (o potuto) amare abbastanza, instillare nei figli la stima di sé. Credo che sia proprio per questo che grazie agli studi di una psicologa che io amo molto, Melanie Klein, l&#8217;invidia viene descritta come un pilastro della vita psichica, vero motore della mente (solo della mente!!!), diretta espressione della pulsione di morte, quando non come suo esatto sinonimo (per capire questo concetto, vi consiglio di vedere un film meraviglioso e più che mai moderno, Othello di Orson Welles, che inizia appunto con la fine della storia, un funerale).</p>
<p>Che fare dunque cara Antonia? Prima di tutto, credo, sia di fondamentale importanza quello che tu hai già fatto, e cioè il riuscire ad ammetterla per poterne riconoscere la non onnipotenza, la sua pulsione distruttiva e rendere così sopportabile l&#8217;angoscia che genera il provarla. L&#8217;invidia è il sentimento che noi proviamo quando qualcuno, che noi consideriamo del nostro stesso valore, ci sorpassa, ottiene l&#8217;ammirazione altrui: Antonia lo dimostra perfettamente nel raccontare di essere invidiosa quando altre ragazze le dicono di stare per sposarsi mentre lei, «pur essendo carina» non trova nessuno. Premesso che essere carina non basta per sposarsi e vivere felicemente nel matrimonio e dunque forse potrebbe aiutarti cambiare punto di vista, cercare di arricchirti dentro, il nodo fondamentale della questione invidia risiede in quell&#8217;impressione di profonda ingiustizia subita che assale chi la prova e di cui si sente vittima. Per questo l’invidioso cerca di convincersi che l’altra non merita quello che ha, fa di tutto per svalutarla, criticarla. Però se queste amiche, nonostante tutto si sposano e lei no, scatta la collera e, nello stesso tempo, il dubbio. Perché non si è mai certi di avere ragione e dunque ecco che si arriva alla vergogna di essere considerati come una persona invidiosa. Però, parlare della persona che si invidia e spiegarsi perché lo si fa è importantissimo, un vero passo verso la guarigione (non si può dimenticare che l’invidia a lungo andare porta anche a una depressione paralizzante), significa parlare della parte più profonda di sé stessi, delle aspirazioni e dei fallimenti personali, delle difficoltà e dei limiti che si trovano in sé stessi. Significa guadagnare in umiltà e iniziare un nuovo cammino. Mi viene in mente, in questo momento, Dante, che colloca l’invidia nel purgatorio e la rappresenta come un macigno portato sulle spalle, un sentimento contrario alla virtù della carità. Ecco, forse, una soluzione, se l’invidia è il motore della mente come dice Melanie Klein, è puntare sul cuore: oltre alla preghiera, potrebbe essere utile dedicarsi agli altri con abnegazione perché dalla loro sofferenza, e da quello che si può fare per alleviarla, si possa scoprire, come di solito succede nelle opere di volontariato, che quando si riesce a dare col cuore anche quel poco che si ha, senza voler dimostrare di essere i più bravi o i più buoni, quello che si riceve in cambio è sempre un dono più grande, la capacità di godere della vita, di essere grati per quello che si è e che si ha.</p>
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		<title>Gioia e Piacere</title>
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		<pubDate>Fri, 21 May 2010 13:17:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cristina Magnaschi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri e Riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Gioia e piacere sono ormai diventati sinonimi. L’altro giorno me lo ha fatto notare un insegnante della scuola di mia figlia segnalandomi un interessante articolo di Hartwig Schiller, un signore tedesco che in realtà io non conoscevo neppure. Leggendolo ho scoperto che Schiller nel suo scritto, per spiegare questa anomalia dei nostri tempi, partiva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.egioiasia.com/wp-content/uploads/2010/05/ED14708-bb1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1947" title="_ED14708 bb" src="http://www.egioiasia.com/wp-content/uploads/2010/05/ED14708-bb1.jpg" alt="" width="195" height="250" /></a>Gioia e piacere sono ormai diventati sinonimi. L’altro giorno me lo ha fatto notare un insegnante della scuola di mia figlia segnalandomi un interessante articolo di Hartwig Schiller, un signore tedesco che in realtà io non conoscevo neppure. Leggendolo ho scoperto che Schiller nel suo scritto, per spiegare questa anomalia dei nostri tempi, partiva dal colloquio tra san Francesco e frate Leone nel loro viaggio tra Perugia e Santa Maria degli Angeli.</p>
<p>Questo, ovviamente, ha attirato subito la mia attenzione.<span id="more-1945"></span></p>
<p>È inverno, fa freddo e i due tormentati dal gelo camminano faticosamente. Francesco chiama più volte frate Leone che lo precede e lo fa riflettere su cosa sia «la perfetta letizia». Non è saper fare miracoli, conoscere «tutte le lingue e scienze e scritture… profetare… rivelare cose future», nemmeno «convertire gli infedeli alla fede di Cristo», ma la perfetta letizia sta nel sopportare le difficoltà legate all’attuare il Suo messaggio. Volendo immaginarsi san Francesco oggi, fosse tra noi, forse potrebbe dire che avere onori, successo, anche grandissimo, non porta alla gioia. Semmai, onori e successo portano a stimolare l’orgoglio, la boria, l’ambizione.</p>
<p>La vera gioia viene invece dal saper sopportare un abbassamento, nel conservare un contegno, nel dire sempre e comunque sì a Dio e portare avanti quello che la vita, di giorno in giorno, ci pone come compito. E svolgerlo conservando la propria dignità, non dimenticando di avere e migliorare costantemente la propria calma e pazienza perché se, malgrado gli attacchi esterni, si riesce a rimanere tranquilli in sé e in Lui, la vera gioia arriva sempre. Mi viene in mente la lettera di Paolo ai Filippesi: «Abbiate gioia nel Signore in ogni tempo».</p>
<p>Insomma, la vera gioia è proprio legata al mettersi in contatto con le cose più alte e più sante. E non sarà un caso se nessuno, tra i santi e i fondatori del cristianesimo, ha mai pensato che una società del piacere, come la nostra attuale sempre più spesso si definisce, potesse portare gioia! Mi viene in mente un detto di Seneca: «Res severa, verum gaudium», sono le cose serie quelle che portano alla vera gioia.</p>
<p>Gioie degne, insomma, elaborate. Come a dire, senza sforzo non c’è nessuna gioia. Questo è un orizzonte diventa ancora più ampio se si pensa a Antoine de Saint Exupéry, l’autore de Il piccolo principe, quando scrive che «la vera gioia ci viene nel trattare con gli altri». E qui per gli altri intende non solo gli amici, ma ogni singolo altro. Perché se la grazia di Dio opera in noi, lo capiamo proprio dal fatto che diventiamo portatori di gioia attorno a noi. Del resto, la vera gioia l’uomo la sente quando sperimenta l’avvicinarsi al suo vero essere e cioè quando scopre, sente in sé, e riconosce negli altri, la scintilla divina. Questo è il nostro vero noi stessi, altro che piacere e divertimento! Per questo motivo credo sia necessaria la disciplina, un’altra parola che al giorno d’oggi evoca solo sfumature negative, facendoci dimenticare che l’origine di questa parola è proprio, guarda caso, in discepolo, in un allievo, cioè, che, in amorevole rapporto di fiducia, è in attesa di risposte da maestro riconosciuto e rispettato.</p>
<p>Una strada per la gioia, quindi, potrebbe essere quella di vederci responsabili delle nostre scelte, di immaginarci maestri e allievi allo stesso tempo, e non bimbi erranti in attesa di punizioni, per aiutarci a fare, non quello che ci piace, ma quello che è giusto fare, per aiutarci a essere noi stessi bilanciando amore per Dio, per noi stessi e per gli altri con l’accettazione. E ricordando sempre che Gesù (Giovanni, 15 – 19), quando Pietro si è macchiato di grave infedeltà nei suoi confronti nella notte della cattura, gli chiede di riparare a quel torto solo con amore non con penitenza né punizioni. E quindi, eGioiaSia!</p>
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		<title>La forza di una risata</title>
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		<pubDate>Fri, 14 May 2010 08:00:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cristina Magnaschi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri e Riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Quando ieri mattina Anna è arrivata in ufficio ridendo come una pazza, la guardavamo un po’ attonite: eravamo tutte concentrate sul lavoro e non subito ci siamo lasciate prendere dalle sue risa, pensavamo che di lì a poco ci avrebbe detto che cosa la faceva ridere così tanto.</p> <p>Invece, niente.</p> <p>Continuava da sola a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.egioiasia.com/wp-content/uploads/2010/05/smiling-woman.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1918" title="smiling-woman" src="http://www.egioiasia.com/wp-content/uploads/2010/05/smiling-woman.jpg" alt="" width="250" height="162" /></a>Quando ieri mattina Anna è arrivata in ufficio ridendo come una pazza, la guardavamo un po’ attonite: eravamo tutte concentrate sul lavoro e non subito ci siamo lasciate prendere dalle sue risa, pensavamo che di lì a poco ci avrebbe detto che cosa la faceva ridere così tanto.</p>
<p>Invece, niente.</p>
<p>Continuava da sola a ridere a tal punto che anche io e le altre l’abbiamo seguita fino a farci venire le lacrime agli occhi. Quando finalmente ci siamo placate per colpa del mal di pancia da risa, abbiamo scoperto cosa era successo.<span id="more-1917"></span></p>
<p>Poco prima di salire Anna aveva incontrato un uomo che conosceva, l’aveva raggiunto da dietro e affiancandolo gli aveva detto: «Oggi non sembri né birillo né acciuga». A quel punto, solo a quel punto, l’ha guardato bene in faccia e le è preso un colpo mentre lui spalancava la bocca e non riusciva a dire niente. Eh sì, perché quel tizio non era l’amico che lei credeva, gli somigliava e basta.</p>
<p>Per fortuna era davanti al nostro portone ed è scappata salendo  le scale senza voltarsi. Il giorno prima, in tram, aveva incontrato Giorgio e, aggrappati a un corrimano com’erano, lei gli aveva detto: «Dondolo talmente tanto che mi sento un birillo». Lui aveva ribattuto: «Più che altro mi sento un’acciuga, stipati come siamo». E avevano riso.</p>
<p>Così, ieri mattina, quando aveva creduto di incontrarlo per caso, le era sembrato simpatico ricordarglielo… Ovviamente abbiamo continuato a ridere pensando a che cosa deve aver pensato il malcapitato e che cosa avrà raccontato dell’accaduto! La storia è stata uno spunto per tutte per ricordare le figuracce fatte.</p>
<p>A me è venuto in mente quando sono saltata in spalla, aggrappandomi da dietro al suo collo, di quello che credevo essere il mio fidanzato dell’epoca mentre in realtà era anche lui un emerito sconosciuto. Ricordo ancora che al suo: «Beh, a questo punto baciamoci», ho strabuzzato gli occhi e sono scappata via.</p>
<p>Roberta, invece, si è ricordata di quel giorno in cui, in macchina e al telefonino, improvvisamente ha visto un vigile che la fissava da un marciapiede e, presa dal panico, pensando alla multa e ai punti che le avrebbe potuto togliere dalla patente, senza neanche pensarci, ha lanciato il cellulare che purtroppo si è schiantato contro il finestrino della sua auto! Solo in quel momento, però, ha riconosciuto, nel vigile che la fissava, un amico di suo fratello che si stava ammazzando dal ridere!</p>
<p>A Lisa viene invece in mente di quella volta in cui la sua capa di un tempo, single, austera e astiosa, si era invitata a cena all’ultimo momento (stava cambiando la cucina ed erano in ritardo con le consegne) e, siccome Lisa ha un bimba davvero loquace, ha iniziato a tremare. La capa, purtroppo, ha perso un braccio in un incidente e non tollera che nessuno lo menzioni. Così Lisa, mentre preparava velocemente la cena, ha spiegato più volte alla figlia di «non chiedere niente alla signora che verrà a mangiare con loro del braccio che le manca». La bimba promette e, per tutta la cena, resta stranamente muta. Però ogni tanto sparisce da tavola. All’ennesima richiesta «di alzarsi un secondo», Lisa la segue per vedere cosa combina. E scopre che Alice arriva fino alla sua cameretta, entra, chiude la porta e urla alle sue bambole: «A tavola con noi c’è una signora senza un braccio!». Peccato che in quell’ultimo giro anche la capa avesse seguito Lisa e avesse sentito tutto! E quando Lisa e Alice, girandosi, l’hanno vista sulla porta si sono sentite dire: «Si è fatto tardi volevo dirvi che me ne vado». Per mesi Lisa non è più riuscita a guardarla in faccia…</p>
<p>Mentre raccontiamo, guardo la faccia delle altre e le trovo diverse, sembrano più belle rispetto a ieri quando ci siamo salutate e io ho citato loro un passo di Isaia che dice: «Sentinella, quanto mi resta della notte?» (Is 21,11). È una domanda che, anche noi nel nostro piccolo, da qualche tempo, ci siamo poste spesso. «Per quanto tempo ancora dovremo continuare a batterci?», ho chiesto loro, «Quanto durerà questa lotta contro le forze perverse che opprimono l’uomo?». Le loro risposte erano altre domande: «Ma ci sarà davvero un traguardo?». «E se fossimo destinati a giocare interminabili tempi supplementari come si chiedeva don Tonino Bello a proposito della pace?».</p>
<p>Oggi, forte del potere del ridere, ricordo loro come ci siamo lasciate ieri e mi viene in mente che un mio carissimo amico a cui ho chiesto recentemente aiuto, anziché rispondermi mi aveva proposto un ritiro insieme: «Cri, scompariamo solo  per due anni, pensaci, ci concediamo un bel coma farmacologico e, quando le cose andranno meglio, torniamo». Ricominciamo tutte a ridere. Ci accorgiamo che la persona che stavamo aspettando per una riunione è molto in ritardo. Ci chiama in quel momento per scusarsi. Quando arriva, le altre mi sentono dire: «Mi raccomando, voglio che parliate tutte, ma cerchiamo di essere concise perché alle 11.45 abbiamo un impegno che non possiamo rimandare».</p>
<p>Mi guardano con aria interrogativa. Ufficialmente non c’è nessuna riunione dopo questa. E io non sono una che dice bugie. Anna sorride, io la guardo seria. Alle 11.45 suona la sveglia del mio telefonino. Lo spengo e congedo subito Daniela. «La accompagno alla porta, ma voi aspettatemi qui», dico cercando di non lasciarmi scappare nessuna espressione sul volto. Quando torno, vedo sguardi interrogativi. Lisa butta lì un: «Allora?». Serissima dico: «Dopo la storia del coma farmacologico…». Faccio una pausa e scoppio a ridere: «Mi è semplicemente venuta voglia di recitare con voi la supplica alla Madonna di Fatima, oggi è il 13 maggio e la supplica si recita a mezzogiorno, no? È o non è un impegno che non si può rimandare?». Ridono con me. Poi, ci raccogliamo un minuto in silenzio e alle 12 in punto iniziamo. Ah, che bello poter condividere la vita con altre donne!</p>
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		<title>Lo Stupro</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Apr 2010 11:54:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cristina Magnaschi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Pensavo di sapere molto riguardo alla violenza sulle donne, ma mi sbagliavo.</p> <p>È il pensiero che ho avuto qualche giorno fa quando, per l’ennesima volta, mi sono trovata a dover raccogliere le confidenze di una donna che ha rischiato di essere stuprata.</p> <p>Fino a quel momento, infatti, non ho mai pensato a una cosa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.egioiasia.com/wp-content/uploads/2010/04/basta1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1879" style="margin: 10px;" title="basta1" src="http://www.egioiasia.com/wp-content/uploads/2010/04/basta1.jpg" alt="" width="300" height="421" /></a>Pensavo di sapere molto riguardo alla violenza sulle donne, ma mi sbagliavo.</p>
<p>È il pensiero che ho avuto qualche giorno fa quando, per l’ennesima volta, mi sono trovata a dover raccogliere le confidenze di una donna che ha rischiato di essere stuprata.</p>
<p>Fino a quel momento, infatti, non ho mai pensato a una cosa ben precisa e cioè che noi donne abbiamo il triste dovere verso noi stesse di essere sempre vigili. Compito difficilissimo perché come si può riuscire a modulare il riconoscere Gesù negli altri dovendo non dimenticare di restare all’erta? Riconoscere in Lui la via e vivere a contatto con il male?<span id="more-1878"></span></p>
<p>L’altro giorno Giovanna (è un nome finto, ovviamente), ancora scossa per lo sventato stupro subito, in modo molto lucido mi diceva: «Non riesco a perdonarmi il fatto che, una volta tornata in me, mi sono sentita in colpa, mi rimproveravo di avergli dato fiducia. Ma ti rendi conto? È una persona che conosco da anni, con il quale ho anche lavorato a lungo, che improvvisamente, con una faccia come trasformata mi si è avventato addosso. Io, che fisicamente, ce l’avrei vista dentro a respingerlo, ero paralizzata dalla sua violenza, lo pregavo di lasciarmi, ma più lo pregavo più diventava brutale. Alla fine ce l’ho fatta a scappare, ma non dimenticherò mai come, una volta in strada, mi sono sentita persa: non sapevo dov’ero, non ricordavo dove fosse parcheggiata la mia macchina… Come se il mio corpo fosse lì in strada, lo vedessi ma non lo percepissi, come se io mi fossi rintanata da un’altra parte. Certo, credere mi ha aiutato, non ho smesso un secondo di ripetere dentro di me: “Maria dammi la forza di uscirne”.<br />
E lei mi ha aiutato ne sono certa, anche perché  sono arrivata a casa guidando, ma non ricordo un solo secondo di me alla guida. Il primo momento dopo la fuga che mi resta in mente è quando ho chiuso dietro di me la porta di casa. E sono scoppiata a piangere, poi in un riso isterico, quindi, per tutta la sera e tutta la notte, avvolta in un<br />
silenzioso pensiero ossessivo, come una pazza, ho continuato a cercare di ricostruire immagine dopo immagine, come se fosse un film, quello che era successo: volevo capire dove avevo sbagliato».<br />
A quel punto, un grido dolentissimo e acuto mi spiazza: «Dove avevo sbagliato io!!!!! Capisci? Dove avevo sbagliato io!!!!! Non è possibileeeeee».</p>
<p>Mi ha chiesto un consiglio, cosa fare.</p>
<p>Per un attimo ho pensato: «Andiamo a denunciarlo». Ma poi, davanti al suo dolore, mi si sono fermate le parole in gola: «Denunciare che cosa?», mi sono detta. Denunciare una violenza assumendosi l’onere di dimostrare di avere ragione, l’umiliazione di sentirsi dare, come minimo, della donna di facili costumi, facendo tra l’altro finta di non sapere che non esistono praticamente pene per un fatto del genere? E comunque che la certezza della pena è una farsa? Allora l’ho abbracciata, stretta<br />
forte, più che potevo. E ho iniziato a recitarle nell’orecchio l’Ave Maria.</p>
<p>Lei ha cominciato a singhiozzare come una bimba, si è lasciata cullare a lungo tra le mie braccia ascoltando la preghiera finché il pianto si è fatto da parte e ha iniziato a pregare con me. Dopo ore, prima di andarsene, mi ha detto una frase che non dimenticherò mai: «Ho condiviso con te il mio dolore e mi sono sentita non solo accolta, ma anche rispettata: non mi hai detto niente ma mi hai fatto sentire che non ero sola, che non eravamo sole. Credo che questo sia il messaggio che dovevo imparare».</p>
<p>Quando Giovanna se ne è andata, io continuavo però a pensare che non possiamo dimenticare che la prima causa di morte e di invalidità nelle donne (basta prendere i casi raccontati dai giornali nell’ultima settimana, dal camionista che spara all’ex moglie dopo averla perseguitata per anni a quello che cerca di tagliarle la testa e la butta nel lago…) è proprio la violenza che subiamo da parte degli uomini. Una violenza subita, nella stragrande maggioranza dei casi, all’interno della famiglia, tra l’altro.</p>
<p>Insomma, io mi ripeto sempre più spesso che se muoiono più donne di botte che di tumori e di Aids, c’è qualcosa di grosso che non funziona.<br />
Il problema, poi, è che di queste cose si fa fatica anche a parlarne, anche con le altre donne che cercano sempre più spesso di prendere le distanze da stupri e femminicidi perché  non sanno cosa fare, si allontanano per legittima difesa, confidando nel fatto che non vedendo il problema, possano restarne indenni. Credo che quando le donne capiranno che questo della violenza, fisica e psicologica contro di noi, è un problema che abbiamo tutte in comune, anche se per fortuna non ci ha ancora toccato direttamente, solo allora si potrà realmente incidere su un dramma che è planetario. Credo che quando gli uomini, quelli sani e amorevoli, che sono tanti, capiranno che questa della violenza sulle donne è un problema che hanno in comunione con noi, solo allora si potrà incidere su un reato mondiale.</p>
<p>Noi donne piegate dalla violenza di un uomo, mettendo a tacere perfino il nostro cuore e il contatto con Lui, diventiamo complici di chi ci vuole piegare, spezzare, magari solo nell’anima, così fuori non si vede nulla, e può continuare a ucciderci giorno dopo giorno finché, come mi ha detto un giorno la mia amica Carla, «stanche di soffrire, non intravedendo nessuna via d’uscita, iniziamo a non vedere, non sentire, fino a non esistere più».</p>
<p>Penso a quante volte Gesù ci ha spiegato di non avere paura. Questo significa che le prove fanno parte della vita di ognuno e nessuno può togliercele, ma quello che cambia è l’atteggiamento da avere nei loro confronti. Riconoscere che in Gesù il Padre ha indicato la via per arrivare a Lui: «Io sono la via, la verità e la vita, nessuno viene al Padre se non per mezzo di me», racconta nel Vangelo, Giovanni.</p>
<p>Per questo è importante non smettere mai di pregare, di tendersi la mano, di affidarsi. Ma soprattutto, credo, da cattolici quali siamo, è importante smettere di giudicare. Certo, i media sono colpevoli di raccontare brutture per seminare il male, di spingere a emettere sentenze che ammazzano e condannano due volte, però noi cattolici troppo spesso cadiamo nella trappola infernale.</p>
<p>Provo a fare alcuni esempi a caso, di riflessioni che ho sentito con le mie orecchie, ma che continuo a leggere e ascoltare e che ogni volta mi feriscono brutalmente. Una ragazza è stata stuprata in casa di lui: «Orribile, non l’avrei mai immaginato, lui sembrava una persona così per bene… Certo che però, anche lei ad andare a casa di lui… Cosa pensava che volesse, farle vedere la collezione di farfalle?». Un padre ha abusato per anni della figlia: «E quella madre, eh? Silenzio connivente! Ma come è possibile non vedere e non sentire? Cosa da pazzi…». Ma anche casi più leggeri come quando una donna viene  investita dalla rabbia di uomo e tremante cerca conforto per non farsi prendere dal male, ma si sente rispondere: «Devo verificare i fatti, sentire la sua versione prima di darti la mia opinione». Io, invece, credo che in tutti questi casi sia necessario fare un passo in più, astenersi dal giudicare per non aggiungere violenza alla violenza su quella madre già  annullata nel suo essere donna e madre, su quella ragazza annichilita e devastata nella sua capacità di credere nell’amore, su quella donna che voleva rispondere con il bene al male e si è trovata a dover dimostrare la verità per essere accolta.</p>
<p>Io credo, come ho spiegato oggi al telefono a Giovanna, nel grande potere del perdono, di rispondere al male col bene, ma credo altrettanto che sia compito di tutti, e dei credenti ancor più degli altri, di accogliere il dolore, di consolare, di lenire ferite che quando si chiuderanno lasceranno per sempre una cicatrice. Il giudizio non spetta a noi ma a di chi è la Verità e quindi non può sbagliare. Noi povere piccole persone, peccatori sempre più anestetizzati di fronte al dolore, sempre più  attirati dalle logiche di potere, gloria e denaro, sempre più di corsa e sempre più incapaci di aiutare, sempre più pronte a giustificare chi commette i nostri stessi peccati, possiamo solo accogliere il dolore, nostro e degli altri, ricordandoci che abbiamo una vera arma nostra disposizione, il turbamento. Quando lo proviamo, è quasi sempre segno di una mancanza di fiducia nella bontà di Dio.</p>
<p>Io, come augurio a me stessa e a voi amici del blog, voglio ricordare che se prendiamo come esempio da seguire Maria, diventerà molto più semplice non provare nessun turbamento, sentirsi liberi di sapere qual è la strada da percorrere, di ascoltare dentro di noi la Parola, di abbandonarci dunque alla volontà del Padre. E agire. Che magari nei casi di violenza di cui si viene a sapere, lasciando alla giustizia terrena e divina fare il loro corso, sapere che a noi spetta, anziché cercare il giusto e lo sbagliato, guardare l&#8217;altro negli occhi, chiedere aiuto per arrivare al suo cuore, pregare per lui.<br />
Buon mese di maggio a tutte e a tutti</p>
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		<title>Guerre di coppie</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Apr 2010 10:52:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cristina Magnaschi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>L’altro giorno, per caso, dopo aver letto alcune vostre mail che mi sono arrivate in confessionale, mi sono ritrovata in mano un bel libro uscito due anni fa di uno psicologo francese, Jean-Claude Kaufman, che si chiama Tormenti, le piccole guerre di coppia.</p> <p>E guarda caso era come se anche lui avesse letto con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.egioiasia.com/wp-content/uploads/2010/04/coppia-incinta.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1812" style="margin: 10px;" title="coppia incinta" src="http://www.egioiasia.com/wp-content/uploads/2010/04/coppia-incinta.jpg" alt="" width="250" height="167" /></a>L’altro giorno, per caso, dopo aver letto alcune vostre mail che mi sono arrivate in confessionale, mi sono ritrovata in mano un bel libro uscito due anni fa di uno psicologo francese, Jean-Claude Kaufman, che si chiama Tormenti, le piccole guerre di coppia.</p>
<p>E guarda caso era come se anche lui avesse letto con me quelle mail!<span id="more-1811"></span></p>
<p>Sì, perché Kaufman nel suo libro spiega, sembra ovvio, ma prima o poi ci caschiamo tutte, che se litighiamo con il nostro compagno per sciocchezze vuol dire che stiamo ignorando i veri problemi di coppia.</p>
<p>Chessò, il calzino lasciato in giro, le chiavi dimenticate, il tubetto del dentifricio strizzato male diventano piccole micce per far esplodere bombe di risentimento che, di solito, non hanno nulla a che fare con quei minuscoli problemi quotidiani.</p>
<p>Ma hanno a che fare piuttosto con delusioni, frustrazioni, tradimenti, problemi di ruolo o aspettative che, spesso, non siamo pronti o non abbiamo nessuna voglia di affrontare. E finché non si chiariscono i problemi di fondo, però, la rabbia continua ad esplodere per schiocchezze che rischiano di allentare poi per sempre il rapporto.</p>
<p>Quando avevo letto questo libro, io stessa mi ero ritrovata in pieno quelle parole: mi ricordo ancora bene che appena litigavo con Enrico notavo subito come strizzava il tubetto del dentifricio e mi ritrovavo in bagno a parlare da sola dicendo cose del tipo: «Possibile che in questa casa nessuno (visto che non lo fa neanche Bea) sappia che il tubetto si strizza dal fondo?».</p>
<p>Enrico invece, quando non mi ama, diventa matto se al mio rientro la sera per fare prima a mettermi a preparare la cena, mi lavo le mani in cucina e lascio la saponetta nel lavello! Se andiamo d’amore e d’accordo, però, non si accorge di niente.</p>
<p>Sciocchezze? Mica tanto.</p>
<p>Vi racconto la storia che per prima mi ha fatto capire l’importanza dei difetti spia. Il marito della mia amica Elena aveva una passione  incredibile per i pesci tropicali. Appena sposati lui si era comprato un acquario e lo curava, dedicava tanto del suo poco tempo libero a far stare il meglio possibile quei pesci. All’inizio lei passava insieme a lui lunghi momenti, la sera, a guardare quelle meraviglie colorate. Poi, a poco a poco, ha iniziato a non sopportarli più. E lo criticava in continuazione fino a che la situazione non è degenerata: ogni sera trovava un pretesto per litigare con Mario e la scenata era sempre a proposito dell’acquario. Se qualcuno chiedeva però ad Elena come andasse col marito, la risposta era sempre la stessa: «Benissimo, per essere perfetto basterebbe che cambiasse hobby».</p>
<p>In realtà tutte le persone attorno a lei, parenti e amici, avevano capito che la loro coppia era davvero in crisi. Tutti tranne loro due. Poi una sera Mario, che aveva appena installato un nuovo sistema di luci per l’acquario, si è trovato alle prese con un corto circuito. A quel punto Elena si è messa ad urlare: «Hai visto cosa è successo? Tu e la tua mania dei pesci! Sai solo spendere soldi per l’acquario e perdere tempo attorno a queste sciocchezze. Ma non vedi che il nostro rapporto non ha più futuro?».</p>
<p>Elena, raccontandomelo, continuava a ripetere: «Non l’avevo mai pensato prima di quel momento, ma quando l’ho detto ho capito di colpo che il problema tra noi era la sua tendenza a sperperare tutto quello che guadagnava e che ci impediva di fare un qualsiasi progetto, dall’avere a un figlio a una casa nostra».</p>
<p>Ed erano due anni che più lei si lamentava dell’acquario, più lui si dedicava ai suoi pesci! Mentre in realtà lei si sentiva frustrata: voleva a tutti i costi un figlio ma non osava contraddirlo quando lui le chiedeva di godersi ancora un po’ la vita a due. Da allora, quando parlo con donne che si lamentano dei mariti, cerco subito di capire se ci sono questi che io chiamo difetti spia.</p>
<p>In quel caso, interrompo subito il loro racconto e provo a suggerire un modo per smuovere la loro situazione di stallo. È un modo semplice, ma che, all’atto pratico, funziona. Per prima cosa, ci si deve sforzare di trovare qualcosa di nuovo da fare insieme, qualcosa che dia piacere ad entrambi. E questo per disinnescare quel circolo vizioso che ingabbia spesso uomini e donne: i primi scappano come lepri davanti alla richiesta di chiarimenti, di spiegazioni e si richiudono su loro stessi, mentre le seconde, che non vedono l’ora di parlare, iniziano a criticare e recriminare su tutto quello che in apparenza sembra non avere importanza.</p>
<p>In realtà la scelta è fatta inconsciamente ma verte sull’arrabbiarsi per tutto quello che si pensa non abbia conseguenze. Arrabbiarsi perché il marito non spegne mai le luci di casa è meno pericoloso che discutere del perché ci si sente sempre l’ultima ruota del carro nella vita di lui, no?  Ecco perché sono difetti spia: accendono la luce del malcontento, ma non l’accendono sul problema reale che probabilmente entrambi non si sentono all’altezza di affrontare.</p>
<p>Quindi, il trucco è quello di partire dal fare: l’ideale sarebbe trovare il modo di ridere insieme, perché così si allentano i meccanismi di difesa. Vedere dei film comici per qualche sera, per esempio, può aiutare a ritrovare un punto di partenza comune. Ritrovata un po’ di sintonia, c’è un esercizio psicologico che aiuta a fare chiarezza. E qui gli uomini, per riuscire a farlo, potrebbero ricordarsi che più le donne parlano più il loro corpo secerne serotonina, l’ormone del buonumore e più le cose “improvvisamente” cambiano.</p>
<p>Si parte dunque facendo un patto col proprio compagno-a: per una settimana niente discussioni e battibecchi. E la sera, ci si concede un’ora a turno (né di più né di meno) in cui vi confidate quali comportamenti dell’altro vi hanno ferito durante la giornata.</p>
<p>Per evitare che questo scateni subito uno scontro, il patto prevede che chi ascolta non intervenga quando il partner parla e non cerchi di giustificarsi. Il motivo è semplice: solo così nessuno dei due si sentirà aggredito e quindi potrà pensare di aprirsi senza timore. Non è facile farlo, perché i difetti spia nascondono proprio il timore di mostrare il lato più fragile di sé.</p>
<p>Per aiutarsi a farlo, la preghiera, l’ho sperimentato su me stessa, è una grande sorgente a cui attingere. L’ideale sarebbe recitare ogni giorno insieme il rosario («Quanta pace verrebbe assicurata nei rapporti famigliari se si riprendesse la recita del Santo Rosario in famiglia» diceva sempre Giovanni Paolo II). E se non ce la si fa, è comunque meglio non mollare tutto in nome della perfezione, ma provare a iniziare comunque con qualche preghiera.</p>
<p>E questo perché preghiera e psicologia, se abbinati, portano sempre un risultato. In questo caso, dopo i primi giorni in cui continueranno a saltare fuori piatti lasciati  sporchi sul tavolo o rubinetti non chiusi bene, scatterà qualcosa: vi sembrerà assurdo insistere sui turni nel fare qualcosa, per esempio, e vi verrà spontaneo dire quello che avete nel cuore senza timori. E questo qualcosa sarà molto diverso dal pretesto iniziale. Sarà il vero problema che non riuscite ad affrontare, quello che spesso non riuscite neanche ad ammettere a voi stessi.</p>
<p>Del resto, basta trovare le parole per dirlo, per vedere che l’altro propone subito una soluzione pratica, che funziona. Ma per fare tutto questo percorso credo non di debba mai dimenticare di dedicare del tempo all’altro, di sforzarsi di trovarlo anche se abbiamo giornate che ci fanno arrivare a sera stremati perché quando la  condivisione è reale e sincera, regala forza nuova, gioia. Mentre se si aspetta di sentirsi bene, di aver voglia, tempo ed energia per dedicarsi all’altro, in realtà si rischia grosso, si gioca con il fuoco.</p>
<p>Perché non si è capito il potenziale di ogni rapporto, perché ci si nasconde dietro la ricerca della perfezione per non mostrare le proprie fragilità, per timore di quello che si è in realtà dimenticando che ognuno di noi vale per quello che è davanti a Dio.</p>
<p>E davanti a Dio non si può fingere, ma semplicemente essere, affidarsi, obbedire. E quindi, se obbedire a Dio è la cosa più importante, perché buttare via tempo e sforzi in difese inutili? Provate a pensarci: quello che magari sembra un buon proposito, e cioè il concedersi solo quando si può dare il massimo, ci porta in realtà lontani dalla Verità, si finisce per non essere veri e obbligare l’altra-o a stare ferma-o in uno spazio predefinito (che magari le-gli sta stretto) e impedirsi che la volontà di Dio ci sorprenda, per esempio.</p>
<p>Insomma, io credo che se nell’ambito di una coppia non c’è la voglia di donarsi per come si è, il rischio di allontanarsi in poco tempo, quasi senza accorgersene è alto. Tanto più che, quando alla fine si aprono gli occhi, troppo spesso al giorno d’oggi ci si trova alle prese con un rapporto che si è svuotato della sua forza e tenerezza e vive solo di apparente condivisione. Questo è il terreno più fertile affinché inizino le incomprensioni e poi i problemi gravi. Da qui il passo è breve verso la separazione e il numero crescente delle coppie che si separano, purtroppo lo dimostra…</p>
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		<title>L&#8217;intimità materna: il segreto della Resurrezione</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Apr 2010 05:34:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cristina Magnaschi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pasqua]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Da quando sono diventata mamma per me la Pasqua ha assunto un significato ancora più importante. È come se, ad un tratto, appena ripresa dalle fatiche del parto, la mia fede avesse trovato un senso più profondo, più vero. Le doglie, il lungo travaglio, che ho temuto fin dal primo istante in cui ho [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.egioiasia.com/wp-content/uploads/2010/04/Santo_Volto_Gesu1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1780" style="margin: 10px;" title="Santo_Volto_Gesu1" src="http://www.egioiasia.com/wp-content/uploads/2010/04/Santo_Volto_Gesu1-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" /></a>Da quando sono diventata mamma per me la Pasqua ha assunto un significato ancora più importante.<br />
È come se, ad un tratto, appena ripresa dalle fatiche del parto, la mia fede avesse trovato un senso più profondo, più vero. Le doglie, il lungo travaglio, che ho temuto fin dal primo istante in cui ho saputo di essere incinta, mi avevano portato nel più profondo di me stessa, in un abisso di dolore-amore che non sapevo neanche esistesse.</p>
<p>Del resto, dopo il parto, il dolore si era improvvisamente trasformato in gioia: tra le mie braccia infatti c’era la mia bambina. Ed il primo pensiero che ho fatto quando l’ho avuta con me in stanza è stato proprio di gioia perché fosse femmina: ricordo che l’ho presa dalla culla e le ho detto, mentre lei per la prima volta riconosceva la mia voce: «Tesoro mio, sono felice che tu sia una bimba: sarò al tuo fianco per aiutarti a capire che potenza il Signore ha messo dentro di noi, sarò al tuo fianco quando potrai anche tu vivere l’esperienza magnifica del parto, della gravidanza».<br />
E questo non ho mai smesso di dirglielo anno dopo anno, anche se non capiva all’inizio.<br />
Gleil’ho ripetuto così tante volte che Bea, ora, che è alle soglie dei dieci anni, quando inizio con questa storia, ormai sbuffa con un classico: «Lo so mamma, lo so». Ma ogni volta a Pasqua non posso non pensare e non raccontarle che sono state le donne a dare il primo annuncio della Risurrezione. <span id="more-1777"></span></p>
<p>Sono state le donne ad andare dai discepoli a dare la notizia. Sono state le donne a credere, anche se invase dal terrore e dalla paura, che Gesù fosse risorto. Sono state le donne ancora una volta ad essere informate da un angelo (o da angeli a seconda di quale Vangelo leggiamo) della Risurrezione.</p>
<p>A questo punto di solito racconto a Bea: «Hai presente le donne che svengono con facilità per un’emozione forte quando sono prese dai sentimenti? Ecco, le stesse donne davanti a un avvenimento grande diventano improvvisamente forti, presenti e lucide, stanno lì, comprendono con il cuore e con la pancia, non con la testa».</p>
<p>Sarà un caso se nei Vangeli gli annunci agli uomini da parte degli angeli avvengono in sogno mentre alle donne gli angeli si presentano mentre sono ben sveglie? Io credo che sia perché le donne hanno la capacità di essere nelle cose che succedono, nel presente, di stare nel dolore, con coraggio e silenzio. Credo di aver “elaborato” la mia teoria sulle donne, senza rendermene conto, proprio in sala travaglio: lì, sono convinta, è stata instillata in me quella scintilla che mi porta a sentire come dovere il far prendere coscienza alle donne che hanno il compito di non perdere mai il contatto interiore con loro stesse mentre tutto, in realtà, in questa nostra società malata, ci porta lontano da noi.</p>
<p>Se sappiamo sentirci, sappiamo qual è il nostro compito, sappiamo dove andare, sappiamo cosa fare. È semplice, ma per capirlo dobbiamo tornare a stare in ascolto, nel silenzio di noi stesse. Solo così la nostra potenza, che ci è stata regalata con uno scopo ben preciso, può tornare utile al mondo intero. In sala travaglio, ne ho preso coscienza proprio durante la prima Pasqua insieme a mia figlia, ho scoperto tante cose. La prima è che tutte, in quei momenti, come davanti al Signore, non possiamo barare: non si può essere altro che come si è. E chi accetta la sofferenza, ci si abbandona, con la consapevolezza e la fiducia che è un passaggio verso la gioia, verso una rinascita, dopo il parto acquista potenza, una forza interiore che non l’abbandonerà più.</p>
<p>Purtroppo la maggior parte delle donne, e non per colpa loro, arriva a quel momento impreparata, in balia dell’insicurezza, della medicalizzazione dei parti, di medici che pretendono sapere cosa è giusto per te solo perché magari devono correre a casa e allora una flebo di ossitocina per partorire alla svelta non te la toglie nessuno, di operazioni inutili (in Italia siamo il primo paese al mondo per numero di parti cesarei…), di epidurali che promettono scorciatoie di dolore ma non portano da nessuna parte.<br />
Ma non solo: c’è anche chi si perde nella paura urla come una pazza, chi si dimentica cosa sta a fare lì e litiga con tutti… Chissà perché, mi sono sempre chiesta,  nella valanga di corsi pre parto non c’è mai nessuno che ti spieghi il valore spirituale di quel dolore, l’importanza di connettersi con Dio dentro di sé, nel modo più facile e più diretto.</p>
<p>Un uomo, questa opportunità, non ce l’avrà mai. E noi donne questo dono non lo possiamo sprecare. Eppure siamo ancora lontanissime dal saperlo. Eppure, quando racconto queste cose di solito mi trovo davanti a una sollevazione di scudi: il parto vissuto come la possibilità di capire dentro di sé, nel profondo, il messaggio cristiano è qualcosa che disturba moltissimo. Eppure, a tutti noi che crediamo non è familiare il dire che la prossimità con il dolore non è necessariamente causa di buio ma genera invece uno sguardo di speranza che dona la vita? Non ci è familiare credere che riuscire a stare nella sofferenza è una grande risposta d’amore a Cristo? Io ho sempre amato Maria perché ha partorito Gesù e credo che Lui, sulla croce, nell’ultimo sguardo tra loro, quando le affida ogni uomo, insieme con Giovanni, mentre la Maddalena è testimone di questo evento immenso, volesse sì fare a noi tutti il dono più grande, regalarci la madre del creatore, ma volesse anche ricordare a noi donne che Lui ha con noi una speciale intimità, una vicinanza corporea e spirituale.</p>
<p>E questo ce lo ricorda quando sceglie noi donne per dare la notizia della sua Risurrezione, quando Maria Maddalena, sola nella tentazione di cedere al vuoto, riparte e si reca alla tomba. È ancora buio, non vede, ma l’amore la porta a dare la sua risposta. Ha trascorso il sabato con gli apostoli pieni di paura e che hanno il sapore della sconfitta addosso. Ma non si è fatta influenzare. È stata di sicuro insieme alla Madre e con lei si è fatta forza, ha preparato gli unguenti profumati ed è partita sfidando il pericolo di chi vuole eliminare gli amici di Gesù. Come a dire, nella notte più buia, quando la disperazione vorrebbe farsi largo in un secondo, le donne che sanno farsi forza tra loro e restare connesse con il loro abisso interiore, sanno che c’è sempre una via d’uscita. E si buttano. Quella via è Lui che ce la mostra, prima che agli uomini, per far sì che possano, attraverso di noi e con noi, trovarlo anche loro.<br />
Buona Pasqua a tutte e a tutti!</p>
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		<title>I fatti contano più delle parole</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Mar 2010 12:18:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cristina Magnaschi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Non so voi, ma io sono stanca di parole e basta. Fateci caso: a parole, siamo tutti bravi, belli e buoni. Sappiamo cosa è giusto e sbagliato, come tendere una mano, come prenderci cura degli altri, come essere compassionevoli e misericordiosi… Insomma, l’elenco potrebbe essere lunghissimo tanto più che penso che voi, come me, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.egioiasia.com/wp-content/uploads/2010/03/Nel-prato-olio-su-tavola-cm-46-X-34.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1717" style="margin: 10px;" title="Nel prato olio su tavola cm 46 X 34" src="http://www.egioiasia.com/wp-content/uploads/2010/03/Nel-prato-olio-su-tavola-cm-46-X-34.jpg" alt="" width="240" height="178" /></a>Non so voi, ma io sono stanca di parole e basta.<br />
Fateci caso: a parole, siamo tutti bravi, belli e buoni. Sappiamo cosa è giusto e sbagliato, come tendere una mano, come prenderci cura degli altri, come essere compassionevoli e misericordiosi… Insomma, l’elenco potrebbe essere lunghissimo tanto più che penso che voi, come me, ogni giorno tocchiate con mano questa nuova superficialità che ricopre tutti, dai politici a chi ci vive a fianco (e magari dice di volerci bene), fino ad arrivare a noi stessi.</p>
<p>Io però a questo punto della mia vita ho voglia solo di fatti.<br />
E di una sola Parola, quella di Dio.<span id="more-1716"></span></p>
<p>Io mi sono stufata, e primi che mi hanno stufato sono i politici, che devono, sissignori, rendere conto della loro vita a Dio perché l’esistenza che viviamo ci rappresenta, eccome se ci rappresenta…</p>
<p>Chessò, facciamo qualche esempio a caso, se un signore dice di essere contro l’aborto ma poi si porta a letto una gran quantità di donne con le quali non usa neanche il preservativo perché la Chiesa dice di non farlo, a me da donna si accappona la pelle.</p>
<p>Cerco di non giudicare, ma mi imbarazza, e molto, questo sconto che tutti siamo abituati a farci, questo ritagliare regole su misura per noi stessi, questo raccontarsela generale salvo poi lamentarsi del mondo, come se il lamento fosse la nostra nuova preghiera.</p>
<p>E, altro esempio a caso, un signore, che organizza trame, ruba, guadagna di tasca sua gloria e denaro a discapito di tutti ma soprattutto della povera gente, continua  a essere presentabile perché sfoggia una bella famiglia? Molti lo credono…</p>
<p>Insomma, sarò strana per carità, ma io penso che questo mondo ce lo siamo voluti un po’ tutti, che i politici li votiamo noi, che i mariti ce li sposiamo noi, che agli amici voltiamo le spalle noi, che siamo noi che corriamo senza sosta nelle nostre giornate senza riuscire a fermarci, che siamo noi che non tendiamo la mano a chi a bisogno puntando lo sguardo solo sul nostro ombelico, che siamo noi a raccontarcela così bene da essere stupiti e negare forsennatamente se qualcuno ci dice, esempio a caso, che si è sentito pugnalato proprio nel momento in cui si rivolgeva a te a cuore aperto…</p>
<p>E spesso questo succede anche a chi si dice cattolico, no? E spesso questo succede anche a chi si pone ad esempio per gli altri, no? Pensate, siamo chiamati a votare e se va bene dovremo farlo per il o la meno peggio. Come se non avessimo sotto gli occhi un mondo che va a rotoli… E comunque possiamo votare persone che hanno come migliore qualità quella di spingere sul pedale delle parole, troppo spesso cattive e denigratorie per gli altri, dimenticandosi di fare quel sano esame di coscienza che aiuterebbe tanto&#8230;</p>
<p>Vi immaginate i capi lista arrivare in tivù e dire: ho sbagliato a fare questo e se mi voterete di nuovo rimedierò in questo modo? Non sarebbe così difficile, no? E invece solo al pensarlo, viene in mente un’utopia:  del resto, viviamo in un paese di non colpevoli, no? Stamattina facevo queste riflessioni tra me e me, davanti a una tazzona di caffé e mi stavo facendo  prendere dallo sconforto. Ma dove si può trovare la forza di dire ancora: io non ci sto? Io voglio vivere controcorrente.</p>
<p>Confesso che in quel preciso momento neanche la preghiera, mio aiuto di sempre, mi sembrava la soluzione: «Qui ci vuole un diluvio universale», mi dicevo provocandomi da sola. In quel momento, però, anziché iniziare la mia giornata, mi sono obbligata a non muovermi da dove ero, ho voluto restare ferma e in silenzio, lì da sola, all’alba, in cucina, mentre in casa erano ancora tutti addormentati e, senza rendermene conto, ho perso il senso del tempo. Ma, come spesso accade a chi chiede aiuto a Lui, la risposta è arrivata: per prima cosa mi è tornato in mente don Oreste Benzi, il suo bel faccione sereno con quegli occhi scuri che ti passavano da parte a parte. Poi, mi veniva in mente mia sorella, ma oltre al fatto che abita a Rimini e sua suocera lavorasse con il don, non capivo quale fosse il nesso coll’aiuto che chiedevo.</p>
<p>Pensavo ai poveri, alle prostitute, agli umili di cui lui si è tanto occupato per cercare un aggancio con il mio sconforto finché la mia saggia bambina non si è presentata da me, senza che l’avessi svegliata, con libricino in mano: «Mamma, non so perché era nella mia stanza. Mi leggi qualcosa mentre faccio colazione?». Guardo il libretto che mi porge, sono le letture di ogni giorno con le meditazioni di Don Oreste! L’avevo perso di vista da almeno un mese… Lo apro e gli occhi mi cadono su questo suo passo detto dieci giorni prima di morire: «Provate a pregare la Parola di Dio. Cosa vuol dire pregare la Parola di Dio? Vuol dire leggere la Parola di Dio adagio, adagio, fermandosi ad una ad una sulle parole che ti illuminano. È il messaggio che ti dà il Signore, perché quella parola che ti illumina viene dallo Spirito Santo. Egli ti dà il messaggio e tu ti metti in ascolto, e nell’ascolto avviene il dialogo con la Parola del Signore!&#8221;.</p>
<p>L’ascolto è proporzionato alla capacità di fermarti sulla Parola, di vederne la bellezza con semplicità…<br />
Un tempo la Chiesa per far conoscere la Parola di Dio riempiva i muri e le finestre delle chiese di pitture che illustravano la storia della salvezza. Ora tutti sanno leggere e scrivere, ma tanti, troppi, non conoscono la Parola di Dio. I cristiani che vivono la Parola di Dio danno modo a coloro che non sanno leggere quella parola, di leggerla perché scritta nella loro vita. “E la luce era la vita degli uomini”». Lo leggo a Bea, sorridendo per ringraziare del Suo aiuto e la giornata inizia di nuovo quando lei mi butta lì: «Mamma, tu lo dici sempre che contano più i fatti delle parole. Ma perché allora di lavoro usi le parole?». «Aiutoooo…», penso e replico: «Spero per dar voce a chi non ce l’ha». E lei: «Allora quando la mia amica Serena non riesce a parlare le dico di venire da te che la puoi aiutare?». Ah, i bambini…</p>
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