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Il Papa è sempre il Papa

L’ormai prossimo 2 aprile è il quinto anniversario della morte di Giovanni Paolo II. Ma, essendo Venerdì Santo, Benedetto XVI ha anticipato a lunedì scorso la celebrazione del consueto rito in suffragio di Karol Wojtyla. E ha colto l’occasione, prendendo spunto dalle letture del giorno, anche per pronunciare parole forti e attuali.

Citando il profeta Isaia, papa Ratzinger ha proposto la figura del «servo di Jahvè», che «agirà con fermezza incrollabile, con un’energia che non viene meno fino a che egli non abbia realizzato il compito che gli è stato assegnato. Eppure, non avrà a sua disposizione quei mezzi umani che sembrano indispensabili all’attuazione di un piano così grandioso».
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Due tipi di morte e due tipi di sofferenza

In questi giorni in diverse testimonianze ho raccontato la mia storia, cercando di comunicare cosa Dio ha compiuto nella mia vita, così come molti di voi hanno già letto nel libro “Evangelizzazione di strada” o nel blog… eppure, come sempre accade quando si lascia operare lo Spirito Santo, mi sono trovato a scoprire ricordi che erano stati rimossi, a raccontare episodi che mai avevo detto in pubblico. In particolare mi ha colpito come ho rielaborato la mia vita in un incontro sintetizzandola nell’esperienza di due tipi diverse di morte.
L’anno in cui ho scelto di chiudere il cuore a Dio decidendo di sfidarlo e di vivere decidendo io cosa fosse bene e cosa male per me ho sperimentato quella che chiamo “la morte dell’anima”. Piano piano ho coperto la fiammella divina dell’immagine e somiglianza con Dio impressa nel mio cuore fino a soffocarla vedendola spegnersi. Quante volte mi sono sentito solo tra tante persone, quante volte ho pensato che la vita non avesse senso, quante volte mi sono sentito vuoto, insoddisfatto… fino al punto di pensare di farla finita. Ho provato rabbia, dolore, solitudine, sofferenza. Ho provato la morte come in un baratro senza fondo e in cui si può solo continuare a precipitare.
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Basta poco, meno di quanto si possa immaginare

Le avete letto tutti, e se non l’avete fatto l’invito è a rileggere quelle righe inviate da Chiara durante il suo viaggio in Brasile.

Se le parole non erano sufficienti, in questi giorni, come da calendario , stanno andando in onda nel palinsesto diurno di Rai2, molti servizi dedicati al Brasile, al viaggio di Chiara e Don Davide nelle cittadelle cielo di Quixadà e Fortaleza.

Potremo passare intere serate a chiaccherare con amici, a chiaccherare tra di noi arrovellando i nostri pensieri su cosa, come, quanto potremo fare per i poverelli di oltre oceano, per quei bambini descritti in modo così crudo nella loro umanità disumanizzata. Bambini che si sentono come cani, bambini che non hanno un infanzia da vivere, bambini che fanno impallidire le nostre storie di infanzia negata: bambini, che ora, oggi, nella loro povertà hanno nonostante tutto un grazie da dire.
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I fatti contano più delle parole

Non so voi, ma io sono stanca di parole e basta.
Fateci caso: a parole, siamo tutti bravi, belli e buoni. Sappiamo cosa è giusto e sbagliato, come tendere una mano, come prenderci cura degli altri, come essere compassionevoli e misericordiosi… Insomma, l’elenco potrebbe essere lunghissimo tanto più che penso che voi, come me, ogni giorno tocchiate con mano questa nuova superficialità che ricopre tutti, dai politici a chi ci vive a fianco (e magari dice di volerci bene), fino ad arrivare a noi stessi.

Io però a questo punto della mia vita ho voglia solo di fatti.
E di una sola Parola, quella di Dio.
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Quelli delle pietre sempre in mano

Ormai è da un pò di tempo che si respira nella nostra cultura la stessa tensione che tante volte i vangeli descrivono nei loro racconti quando Gesù si mette a parlare con gli scribi, i farisei, i notabili, i politici dell’epoca. Anche allora c’era un “pensiero dominante” e Gesù molto spesso si mette in polemica con esso, perchè percepiva  che questo “pensiero”  portava dentro di sè l’orribile tentazione di togliere la centralità dell’uomo per darla alla Legge, alle ideologie, agli interessi. Quante volte abbiamo sentito ripetere: “E’ il sabato per l’uomo e non l’uomo per il sabato”. Oggi accade quasi ugualmente. Anche in questi tempi il cristianesimo suona come una sorta di “guasta feste” che costringe a ripensare alcune scelte, alcune direzioni in nome non di un’ideologia, non di un sistema di pensiero, non di un groviglio retorico di convinzioni, ma in nome della passione per l’uomo in quanto tale.
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I princìpi «non negoziabili»

È stato un appello a riconciliarsi con la verità, quello lanciato dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, nella tradizionale prolusione che apre i lavori del Consiglio permanente dei vescovi.

Parole «politicamente scorrette», ma cariche di significato e di attualità, a pochi giorni dalle elezioni regionali che hanno visto una campagna centrata su vecchi slogan e sterili polemiche, anziché su visioni e progetti di spessore.
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Gesù, sei tenue come una corda di violino ...

Una preghiera.

La Quaresima.

La Passione.

Una lacrima.

Per pensare, per sognare, per donare.

Gesù
Sei tenue come una corda di violino
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