A un mese di distanza dal terribile terremoto che ha devastato Haiti, uccidendo e ferendo un numero incalcolabile di persone, vorrei recuperare una domanda che lo scrittore Sandro Veronesi rilanciò nei primi giorni della tragedia: «Perché io sono io e non uno di loro?». Penso proprio che non sia stato l’unico a riflettere sul mistero che riguarda il destino di ciascuno di noi, che a viste umane sembrerebbe incomprensibile o affidato unicamente al caso.
In realtà, a questo interrogativo che affonda nella notte dei tempi, la più ragionevole delle risposte è quella famosa espressione di Giovanni Paolo II, quando parlò di ogni donna e uomo come un essere «unico e irripetibile». Nella concezione cattolica del destino le nostre sorti, a cominciare dal luogo e dalla famiglia dove ci troviamo a nascere, non sono infatti casuali, ma rispondono a una provvidenza divina che comunque non sempre è facile comprendere nella sua interezza.
Soltanto a tentoni, tra infinite difficoltà, talvolta battendo la testa contro i muri, implorando nella preghiera una luce che ci illumini, riusciamo ad avanzare nella consapevolezza di quale sia il nostro posto nel mondo e di quale sia il «compito della vita» da portare a termine. Quell’obiettivo che sostanzialmente corrisponde alla santità.
La responsabilità che una riflessione di questa natura ci deve ispirare è duplice. Da un lato un incoraggiamento ad affidarci nelle mani della Madonna, soprattutto mediante la consacrazione al suo Cuore immacolato. Dall’altro la disposizione del cuore a compiere sino in fondo il progetto che Dio ha su ciascuno di noi, con una libera adesione e persistendo nella fedeltà nonostante le immancabili fatiche. È la vera, unica, sfida cui non possiamo sottrarci.






un articolo che ha dell’immenso.
grazie!
tanto bene.
Quante volte guardando crescere i miei tre moschettieri mi sarò chiesta “Signore, potresti chiedere anche a me una prova genitoriale di quelle che tolgono l’aria, la terra sotto i piedi, la luce dagli occhi… Come reagirei?!”. Ieri l’altro, al funerale di Alessandra, mentre carezzavo la piccola bara bianca (portata da “troppe mani” che quasi la nascondevano alla vista) ho realizzato che veramente la risposta è “oltre” i nostri poveri orizzonti; oltre le inquietanti domande sul senso del dolore; oltre il fasciarsi la testa in anticipo, quasi a voler scongiurare gli eventi, come i pagani… Oltre. Anche alla vista dei vari reportages da Haiti che indugiavano a lungo sui corpicini martoriati o gli sguardi vuoti dei piccoli superstiti, lo stesso brivido materno, che si dilata da sempre. Solidale, ad abbracciare anche tutti i milioni di Rachele che a causa dell’odio e dei conflitti nel mondo, piangono il loro figliolo che non è più…
La risposta è Alessandra, 18 mesi: leucemia pressoché fulminante. “Ma petite grande amie Alexandra*”, come l’ha chiamata il padre congolese François Xavier durante le esequie. Alessandra che al termine del Padre Nostro, pregato con famiglia ed operatori sanitari poche settimane prima di volare via, apre le braccia e dice AMEN.Oltre le braccia di Alessandra il Cielo; oltre lo sguardo vuoto ma acceso di luce nuova di sua madre – che solo due anni fa mi diceva “Non capisco scelte radicali per Dio…” e “cercava” e “s’interrogava” – il Cielo. Lo stesso orizzonte. La vita vera. Così, oggi recito il mio FIAT!, mentre guardo oltre… Grazie, Saverio: ha ragione Nadina: articolo che ha dell’immenso, in poche righe. Buona festa, di cuore
“Ma petite grande amie Alexandra* = la mia piccola grande amica Alessandra
Madonnina mia, tu lo sai: ho comunque questa spina nel fianco…
“Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati”
“Dove andiamo?”
“Non lo so , ma dobbiamo andare”
(J. Kerouac, On the road)
“Beat è il viaggio dantesco, il beat è Cristo, il beat è Ivan, il beat è qualunque uomo, qualunque uomo che rompa il sentiero stabilito per seguire il sentiero destinato”
(G. Corso)
tanto per fare un ‘es’ in ‘leb’
quante generazioni saranno ancora così disperatamente confuse, accusate, annientate, allontanate, per una filosofia diversa dalla nostra, tanto da arrivare all’autodistruzione.
Dio ci ama per quello che siamo. non ci giudica ma ci porge la mano, nell’attesa della nostra santità, perché da Lui e con Lui saremo tutti santi, il termine ‘peccato’ andrebbe rivisto, al mio sentire. l’approccio della chiesa (terrena) poi, anche solo per come si presenta. Madre Teresa direbbe: con tutti quegli orpelli si sfamerebbe l’africa.
Cristo è la mia Chiesa, in Lui, scalza di tutto, sono a mio agio.
scusatemi per queste esternazioni. forse sto solo imparando a chiedere ‘aiuto’.
con + amore! sempre!
la donna dal monte.
@rita
“Quelli che sono morti non sono mai andati via / Essi sono nell’albero che stormisce / sono nell’acqua che dorme / essi sono nella capanna / sono nella folla / I morti non sono morti / Essi sono nel cuore della donna / sono nel bambino che vagisce / nel tizzone che brucia / I morti non sono sottoterra / Essi sono nelle rocce che gemono / sono nelle foreste / I morti non sono morti”
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unite!
@Nadine -
“Si deve partire per un’avventura nella quale chi calcola le cose non sei tu” – don Giussani
“Felici quelli per i quali la sequela di Gesù Cristo non è altro che vita che nasce dalla grazia, e la grazia non è altro che sequela. Felici quelli che sono diventati cristiani in questo senso, coloro per i quali la parola della grazia è stata misericordiosa” – Dietrich Bonhoeffer SEQUELA Ed. Queriniana Brescia
— Unn abbraccio, bello il tuo blog…
Grazie!!! *.*